“La guerra dei mondi di Steven Spielberg”

LA SETTIMA ARTE
Rubrica di Critica Cinematografica a cura di Rita Mascialino

Category: Argomentazioni in Primo Piano,

LA GUERRA DEI MONDI di Steven Spielberg

di Rita Mascialino

Il film War of the Worlds, in italiano La guerra dei mondi, regia di Steven Spielberg e sceneggiatura di Josh Friedman e David Koepp, risale al 2005. Si tratta di un film che prende spunto principalmente dal quasi omonimo romanzo fantascientifico del 1897 dello scrittore inglese Herbert George Wells The War of the Worlds, e dall’arrangiamento del 1953 per il cinema da George Pal e Byron Haskin The War of the Worlds – titoli, come si vede, dove compare l’articolo determinativo assente nel film di Spielberg, così che in parte la vicenda acquisisce tono più generale, meno specifico, ciò che si adatta anche al meglio all’orizzonte semantico del film. Del libro di Wells esiste fra gli altri anche un ulteriore arrangiamento del regista David Michael Latt uscito un giorno prima del film di Spielberg, un film scadente soprattutto per l’insignificanza a tutto campo che lo contraddistingue e a cui non accenniamo neanche in questo studio.
I giudizi della critica sul film di Spielberg sono nel complesso pressoché univoci: si passa dalla totale stroncatura come opera superficiale, che non contiene o non conterrebbe in sé alcun messaggio significativo, all’elogio relativo unicamente agli effetti speciali giudicati eccellenti, ma in ogni caso le opinioni negative sul valore culturale del film prevalgono su quelle positive per diversi aspetti. Certo, come è stato dichiarato, War of the Worlds è un blockbuster o film di successo commerciale, che offre effetti speciali capaci di attrarre il vasto pubblico di amatori del genere fantascientifico, un film per fare più soldi possibili dunque, e nulla più. In realtà il film offre ben altro se si va oltre la sua superficie adatta a fare cassetta. Comunque, a onore del vero, nella metodica di questo regista l’aspetto economico gioca sempre un ruolo tutt’altro che trascurabile. Per fare un esempio che può apparire audace, di fatto anche Schindler’s List, se si considera solo il tema rappresentato dall’olocausto, è un blockbuster per quanto mimetizzato nel nobile argomento: la strage nazista degli ebrei attira, per motivi di conoscenza e curiosità storica, la più ampia umanità. Solo se si va oltre il citato argomento esplicito si scopre che La lista di Schindler è il film più complesso di Spielberg, semantica profonda che tratta tematiche molto diverse da quelle dell’olocausto.
Tornando alla Guerra dei mondi, la critica ha in generale identificato temi per così dire “moderni”, mettendo in parallelo l’invasione aliena con la distruzione delle Torri Gemelle a New York e gli attacchi terroristici, dunque la minaccia agli Stati Uniti che non sarebbero più la superpotenza di un tempo e altro di simile, temi certo un po’ forzati, ma comunque possibili nel livello superficiale del film. Quanto al tema relativo alla disgregazione della famiglia, che starebbe al centro del significato del film di Spielberg secondo la critica in generale, semplicemente esso non c’è nell’opera di Spielberg, come vedremo analizzando il significato dell’opera più profondamente.
Per chiudere la breve premessa, molti affermano anche che Spielberg si sia attenuto strettamente al libro di Wells, ma neanche questo risulta vero, al contrario ne ha trasformato radicalmente il significato attenendosi a quanto sta nel romanzo solo per dettagli di superficie, ossia non significativi, di pura azione filmica, dettagli utili al regista per costruire una storia nella quale esprimere la propria visione del mondo.
In base a quanto testé affermato, citiamo ora qualche differenza innovativa semanticamente fondamentale, tra il libro di Wells, il film di PalHaskin e quello di Spielberg, senza con ciò volere entrare in nessuna vera e propria comparazione, bensì con l’unico scopo di introdurre, attraverso tali differenze, il tema principe che sta al centro del film come apporto originale di Spielberg all’adattamento della vicenda al cinema.
Nel romanzo di Wells i protagonisti sono felicemente sposati e senza figli, coppia che sopravvive all’attacco alieno e si riunisce alla fine della disavventura per continuare l’esistenza insieme. Nel film del 1953 i due protagonisti non sono una coppia e vedono sorgere una reciproca attrazione amorosa proprio durante l’invasione che li vedrà uniti per il loro futuro insieme. In entrambi i casi si ha a che fare con una coppia che conserva o sviluppa un legame affettivo ed il cui amore resiste forgiandosi e rafforzandosi in entrambi i casi alle intemperie, alle difficoltà, tutto ciò in un lieto fine relativo alla fedeltà e ai bei sentimenti fra i sessi.
Nel film di Spielberg, invece, c’è una coppia ormai divorziata che ha due figli, Rachel e Robbie, mentre la donna, Mary Ann, ne aspetta un altro da Tim, il nuovo compagno con cui ha formato un nucleo familiare più felice e solido di quello precedente.
Quanto al finale, c’è il lieto fine in tutte e tre le versioni della vicenda, ma mentre in Wells e in Huskin i protagonisti si ricongiungono per il resto della loro vita, nel film di Spielberg il lieto fine riguarda solo la pura sopravvivenza, ossia i protagonisti non muoiono, riescono a cavarsela tutti, ma la coppia divorziata non si ricongiunge più. Altro di diverso non viene qui considerato in quanto non ritenuto essenziale al messaggio di Spielberg. In altri termini: proprio sullo scheletro costituito dalle citate innovazioni, si innesta il messaggio significativo del film di Spielberg, per altro in sintonia con quello al centro di molti altri suoi film, per così dire un Leit-motiv nella sua visione del mondo – o dei mondi.
Dopo aver abbozzato a grandi linee il citato scheletro, estrapoliamo alcuni dettagli utili a circostanziare il tema caro al regista.
All’inizio del film Spielberg tratteggia in perfetta sintesi la personalità dei protagonisti della storia mostrandone brevemente alcuni comportamenti. Ray, ex marito di Mary Ann, smonta dal suo lavoro al porto e, pur avendo usufruito di un favore da un compagno, non lo ricambia a sua volta alla richiesta dell’amico di sostituirlo per qualche ora. Ray viene presentato subito come personaggio che non si interessa umanamente delle persone e che ricava autostima da una sua più o meno risibile eccellenza di natura sessuale: al compagno che, al suo rifiuto, gli dice di avere un problema, verosimilmente quello di pensare solo a se stesso, Ray, senza ascoltare l’amico, non esita a citare la propria esuberanza sessuale quale suo problema molto gradito alle donne. Ma se l’ex moglie lo ha lasciato, evidentemente per nulla soggiogata dalle sue prestazioni, queste saranno da intendersi senz’altro millantate.
Ray, inoltre, arriva all’appuntamento con l’ex moglie, i figli e il nuovo compagno con mezz’ora di ritardo e vorrebbe anche far credere che l’appuntamento fosse mezz’ora dopo l’orario stabilito. La piccola Rachel, giunta a casa del padre Ray per il weekend, accompagnata dal nuovo gruppo familiare formato dalla madre, dal fratello Robbie e dal nuovo compagno Tim, dopo aver salutato il proprio padre torna in macchina a prendere la pesante valigia onde evitare la fatica alla mamma incinta, ossia pensa subito ad aiutare la mamma. Ray, pur guardato interrogativamente dalla donna al proposito, non si muove, lascia la piccola in difficoltà mentre con le sue forze insufficienti cerca di tirare fuori dall’auto il pesante bagaglio, così che si muovono Mary Ann e Tim in suo aiuto. Tim, pur essendo stato pronto a intervenire per andare in soccorso di Rachel e della donna stessa, non impone a questa di dare a lui l’incombenza di portare la valigia, ma le permette di portarla lei stessa quando questa dice di farcela da sola e insiste per portarne il peso. Tim è un uomo che non prende il bagaglio non per incuria, ma per rispetto, per non contraddire la decisione della donna, per farla sentire abile a tutti gli effetti, ma sempre attento a intervenire. Il figlio Robbie, quando scende dalla macchina per avviarsi verso la casa del padre, non lo guarda neanche in faccia, fa come se non esistesse, mostrando così di non gradire la sua compagnia, non ha stima di Ray né come padre né come uomo.
Così, in poche brevi scene iniziali, i protagonisti mostrano di che pasta sono fatti.
Proseguendo ora con i dettagli utili a introdurre e a sostenere la tesi centrale su cui si costruisce il film, si vede che la piccola Rachel è affezionata profondamente alla madre, nonché al fratello, e sta molto bene anche con Tim, mentre, pur volendo bene anche al padre, è sempre piuttosto critica verso di lui, sebbene piccina, e mostra palesemente di essere più saggia e umana: nei momenti di pericolo si interessa se il fratello stia bene, se il padre stia bene, mentre Ray le impone solo di tacere e di non fare domande, cui comunque non dà risposta, non tenendo conto di lei come persona. Domande che sono ripetutamente poste anche dal figlio Robbie, senza che vi sia alcuna risposta da Ray che ripete con rabbia crescente di non porre domande. Ray, dunque, rifiuta qualsiasi dialogo, non dando soddisfazione a nessuno: i figli sono ospiti dell’edificio, non del suo cuore, non della sua mente. Si potrebbe dire che anche Robbie non risponde all’inizio del film all’apostrofe ripetuta del padre, ma si deve notare che non la può sentire propriamente, in quanto molto visibilmente indossa gli auricolari.
Rachel, malgrado la tenera età, vede dove il padre sbaglia con il fratello e gli darebbe consigli e insegnamenti sul piano psicologico e umano per conquistarlo, ma è interrotta da Ray che si infastidisce molto per l’intervento della piccola; in ogni caso la bimba sembra al massimo sopportare un padre che non rappresenta un suo punto di riferimento affettivo o di sicurezza. Come risposta a uno dei suoi consigli Ray le dice: «Are you your mother or mine?», ‘Sei forse tua madre o la mia?’, ciò che mette sullo stesso piano la bimba e la madre, nella traduzione italiana: “Sei forse sua (di Robbie) madre o la mia?”. In altri termini: Ray è l’uomo che sa tutto e non ha bisogno di consigli da nessuno, mentre in realtà ha portato il disastro nella famiglia che si è disunita.
Molto importante il fatto che sia la bimba che la madre siano ugualmente su un piano di saggezza: ciò esalta tale saggezza come patrimonio non esclusivo di May Ann in quanto adulta, ma in dotazione alla Donna in generale, piccola o adulta appunto che sia. In altra occasione Rachel, mentre è tenuta in braccio dal padre, abbandona nel momento di maggiore spavento per gli eventi straordinari le sue braccia, che non le danno sicurezza, e si rifugia in quelle del fratello, rassicuranti perché risonanti di affettività, di comprensione, di più vera accolienza.
Continuando con altri dettagli significativi, nella casa di Ray, proiezione della sua personalità, regnano la devastazione più estesa e tutto ciò che è contrario alla vita: niente ordine, niente pulizia,niente cibo fresco, ma solo salsette piccanti e qualche avanzo andato a male. In un tale caos, dove regna solo la bruttura, il macho, in corrispondente destabilizzazione interiore – da sottolineare: senza compagna – ospita i figli per i weekend mettendoli entrambi in un’unica stanza e per di più anche mal tenuta ed è la madre ad accorgersi e a fargli notare come i ragazzi siano ormai troppo grandi per condividere la stessa camera, situazione delicata e morale, nonché squisitamente estetica, alla quale Ray è del tutto insensibile, così che si giustifica rispondendo come nessuno se ne sia ancora accorto e lamentato, come a dire che non sia un problema; al che l’ex moglie risponde dicendo che lei, sì, se ne è accorta. La donna, insomma, gli lascia i figli nei weekend perché costretta dalla legge ma con preoccupazione; figli per i quali Ray, nella sua indifferente rozzezza, non sembra avere interesse vero fino a quando non li vedrà in pericolo di vita, ossia fino a quando la situazione non sarà di un rischio tale da smuovere la sua superficialità e da renderlo almeno in parte più consapevole di quanto siano importanti gli affetti e i comportamenti non violenti.
Quando palleggia con il figlio in qualche battuta di baseball, manifestazione universale di machismo negli USA – vedi il berretto da baseball contrassegno immancabile di tutti i maschi americani, Presidenti compresi –, lo fa per mostrare al figlio la sua maggiore forza fisica – per altro ovvia nel divario di età tra i due maschi – e alla fine questo sfoggio non sportivo, ma di pura violenza, dileggiato con rilievo da Spielberg, sfocia nella rottura da parte di Ray dei vetri della propria casa, ossia sul piano metaforico-psicologico, nel sempre maggiore deterioramento della sua personalità e, di conseguenza, della relazione familiare; deterioramento che si estende inevitabilmente anche alle relazioni sociali in generale. Anche nella preparazione del cibo, ignora che sua figlia è allergica al sesamo fin dalla nascita, mostrando con ciò di essersi sempre disinteressato dei figli, come in seguito gli rinfaccerà anche Robbie, e prepara panini che nessuno è invogliato a mangiare. Non sa dare cibo ai figli, secondo lui va bene qualsiasi cosa, anche se disgustosa, cibo che invece è il mezzo primario per tenere unito il gruppo familiare, il cosiddetto desco; è alimento che nutre il corpo, ma anche mezzo per rafforzare la coesione fornita dagli affetti per la quale la donna risulta essere per natura il simbolo più vero, come ritiene Spielberg nel film e come per altro è nella norma delle cose, come ben noto a tutti: chi naturalmente allatta i figli non è l’uomo, ma la donna.
Venendo alla crisi della famiglia, essa, come anticipato, non corrisponde a quanto sta nel testo filmico – testo inteso in senso semiotico e riferito a tutto ciò che trova significato nell’opera. Di fatto, fin dall’inizio e per altro anche e soprattutto alla fine, la donna sta bene con il nuovo compagno e con i figli e forma con essi un nuovo nucleo familiare solido, incentrato su di lei, riconosciuta nelle qualità morali ad essa pertinenti naturalmente: in particolare, è lei, non il maschio, l’educatrice che ascolta le richieste dei figli e che li alleva insegnando loro le basi del comportamento affettivo e sociale.
Nel film, dunque, non è affatto in crisi la famiglia in generale, ma una forma specifica di famiglia: quella costituita dal tipo di uomo rappresentato da Ray. È con lui che Mary Ann non sta bene, come non stanno bene i figli, né Tim, che lo guarda criticamente pur essendo gentile e corretto, anche comprensivo, ma neanche i genitori della donna apprezzano Ray – quando all’inizio del film lui manda a salutare la suocera inviandole dei baci, l’ex moglie ride della grossa come al proferimento di una battuta delle più spiritose, perché non crede minimamente alla presenza di sentimenti nell’ex marito, così come sa che non ci crede neppure sua madre, per cui Ray finisce per restare da solo, senza essere preso sul serio, con la porta chiusa in faccia. Questa scena iniziale anticipa il finale: l’impossibilità per un uomo come Ray di unirsi al nuovo gruppo familiare che non si allarga anche a sé, la chiusura della porta in faccia non potrebbe essere simbolo più chiaro, ma di questo si dirà più oltre in questa analisi critica.
Allora Spielberg ha semplicemente rappresentato in Ray un uomo pasticcione che non sa fare il padre, né il marito? Neanche questo, seguendo il tessuto filmico, risulta reggere come interpretazione del messaggio profondo del film. Il significato centrale che Spielberg presenta immediatamente, fin dalle prime immagini della storia e che porta avanti per tutta la vicenda fino alla fine, dove il tema trova la sua più forte esplicitazione, riguarda in prima istanza, e in generale, due tipi di maschi e due tipi di rapporti di tali maschi nella loro relazione con la donna nel gruppo familiare: un maschio prepotente ed egoista, non rispettoso di nessuno, ed uno rispettoso di tutti e della donna in particolare. Da qui nascono un rapporto familiare fallimentare ed uno di successo. In altri termini: è la famiglia formata attorno a Ray che fallisce, non quella formata attorno alla donna ed al suo nuovo compagno.
Nel rapporto fallimentare comanda per così dire il maschio arrogante ed egoista, con le sue illusioni di potenza e la sua presunzione da macho man. È questo il tipo di maschio carente di principi morali che addirittura dà, o vorrebbe anche dare, le regole del vivere: in ciò fallisce lo scopo di formare un gruppo capace di reggere. Nel rapporto di successo, invece, le regole comportamentali, ossia morali, vengono date non dal maschio, ma dalla madre, dalla moglie, dalla donna, evidentemente da donne con la D maiuscola, donne cui l’uomo positivo si adegua perché riconosce che sul piano morale non è lui a poter dirigere le azioni: non sono le donne che imparano la moralità dai maschi, ma è vero il contrario.
Questo principio, va ribadito, è tipico – a livello di semantica profonda – di tutti i film di Spielberg, un regista veramente sempre molto impegnato nella rappresentazione di questa tesi particolare. Basti ricordare, per fare un solo brevissimo esempio, come in Salvate il soldato Ryan il protagonista sopravvissuto nella Seconda Guerra Mondiale grazie al sacrificio di un altro soldato, chieda piangendo in età matura alla moglie sulla tomba di chi è morto per salvargli la vita, se si sia meritato il sacrificio, se sia stato un uomo buono, ed è la donna a dargli la risposta, giudicando la sua vita come quella di uomo giusto. Quanto al tipo di donna valido secondo tale regista, esso è rappresentato da Mary Ann e dalla piccola Rachel, non dalla giornalista che impersona il tipo opposto di donna, quello che vuole essere come i maschi, per altro del tipo di Ray, e li imita, o vorrebbe imitarli, dimenticando la sua natura diversa e divenendo arida come loro, carente di substrato umano: lei è interessata solo o soprattutto ai suoi servizi di cronaca ed anzi pensa alla bellezza di questi, dunque alla sua ambizione, a prescindere dal disastro generale che incombe attorno. Ha perso anche la capacità di umana compassione tipica della donna, non mostra di fatto nessuna umanità con il malcapitato che, a causa dello scoppio di una granata, è diventato sordo, anzi lo insulta vilmente visto che non può reagire non sentendo ciò che gli viene detto con disprezzo. Una donna che non è più una donna e non è neanche un uomo, una persona mal riuscita dunque, secondo quanto intende il regista.
Alla fine del film, quando Ray riporta alla casa della ex moglie e dei suoi cari la piccola Rachel in braccio, che comunque ha salvato con rischio totale della sua vita e genuino sentimento paterno dalla probabile rovina messa in atto dai tripodi, essa lascia immediatamente le braccia del padre, dalle quali era stata comunque sostenuta, e, senza portarlo con sé, senza curarsene più, corre tra quelle della madre e le due donne si uniscono in un abbraccio affettivamente completo e assoluto, così a formare un mondo a se stante. Ray non si avvicina, resta a debita distanza, quasi sappia di non avere il diritto di appartenere a quel mondo d’amore e di compiutezza; può solo goderne di una luce riflessa, non propria, contento di aver salvato la figlia e di vedere la felicità affettiva degli altri, felicità da cui pare restare consapevolmente e timidamente escluso, fuori dalla porta, motivo della metaforica porta chiusa tra lui e il nuovo gruppo già proposto all’inizio del film, quando l’ex moglie lo abbandona da solo chiudendogli la porta in faccia enfatizzando così l’impossibilità di un rapporto positivo qualsiasi. L’ex moglie, dunque, guarda l’ex marito con gratitudine per averle riportato la figlia e gli dice un “grazie” dal profondo del cuore, quasi la figlia sia solo sua di lei e Ray non il padre, ma solo qualcuno che le abbia fatto un favore riconsegnandogliela, come se lui fosse escluso da affetti così coinvolgenti. Ray non viene invitato da nessuno ad entrare in casa e di fatto resta fuori anche se ha riportato la figlia. Si tratta di un Ray in parte ridimensionato, non più arrogante, conscio di quanto non più raggiungibile da parte sua. È il figlio Robbie, in casa dei nonni con la madre e il nuovo compagno, che va da lui, staccandosi temporaneamente dalle donne e dal nuovo gruppo familiare e formando gruppo con il padre, riconoscendolo finalmente senza remore come “papà” (quasi sempre, in precedenza, Robbie apostrofa il padre con il nome di battesimo, come fosse un conoscente, togliendogli il riconoscimento del suo ruolo paterno). Si abbracciano dopo che Ray tiene a distanza il figlio, l’abbraccio avviene dopo una pausa che frena l’effusione del sentimento, che non è assoluto come quello delle due donne, anche se affettivamente sincero. Si vedono quindi i due maschi mentre sono separati dalle due donne e dagli altri, quasi la qualità della loro gioia sia diversa dall’altra.
Perché il figlio allora non continua a stare con il gruppo materno e se ne distanzia anche se momentaneamente? Finisce tutto a tarallucci e vino con il tema conduttore del film? C’è una contraddizione? No. Malgrado Robbie non sia stato in sintonia con il padre e gli abbia preferito la madre con il suo nuovo compagno, gli assomiglia più di quanto potesse ritenere. La somiglianza si concretizza nel fatto che Robbie ad un certo punto lascia da sola la sorellina, è attirato più dalla lotta che dagli affetti, dalla loro difesa, vuole andare a combattere in armi contro il nemico per sentirsi macho, per fargliela pagare, come afferma, ossia vuole usare la violenza diversamente da Tim che non va a combattere, ma che solo porta in salvo il suo gruppo pronto comunque a difenderlo all’occorrenza. Ray, invece, si arma, prende la sua pistola per eventuali alieni e anche consimili, ossia pensa di usare la violenza per una lotta armata, la quale poi si rivela inutile, nella lotta dei maschi umani contro i maschi marziani hanno la peggio gli umani le cui armi si rivelano inefficienti, inefficaci. Robbie riconosce Ray come padre perché ha riportato a casa la piccola Rachel, ma soprattutto perché riconosce una sostanziale affinità comportamentale: sono stati in guerra entrambi, seppure in diverso modo, hanno scelto di combattere, e non conta se non hanno ottenuto niente con la loro lotta, un Robbie quindi che si rivela a metà strada tra il vecchio modello machista e il nuovo modello di uomo capace di non usare violenza per sentirsi maschio. Neppure Robbie porta in casa il padre, ossia non lo accoglie nel gruppo di cui comunque lui fa parte, per quanto a metà.
Nel film, perciò, si è trattato in superficie della guerra di due mondi diversi, terreno e marziano, e, più in profondità, di una guerra interna ad un mondo maschile, separato dalla guida equilibratrice della donna (negli alieni non compare il femminile da nessuna parte). Molto rilevante, a conferma del significato qui enucleato, è il fatto che la donna e il compagno siano apparentemente rimasti illesi dalla guerra: la casa dei genitori di Mary Ann dove essi si sono recati per il weekend non è stata abbattuta, anzi sembra non essere stata neppure sfiorata dal disastro, il gruppo pare aver proseguito nella vita normale, senza guerre e di fatto si tratta, come accennato, di una guerra intrinseca al mondo maschile, ad un tipo di maschio di cui Spielberg mette in evidenza la pericolosità. Rilevante è anche il fatto che Mary Ann e Tim scompaiano dal film subito dopo le prime battute per ricomparire solo alla fine, ciò che rimarca il senso della loro non partecipazione alla “guerra dei mondi” e la loro salvezza sta proprio qui: si tratta di mondi che non li riguardano.
Del mondo femminile viene evidenziata l’alleanza più stretta con la vita anche nei titoli di testa e di coda, nelle immagini dei parameci ciliati dalle forme dolcemente arrotondate, femminili appunto, i quali vivono innocui nelle acque dolci, dunque domestiche, non come quelle degli oceani che conoscono burrasche e tempeste, metafore di guerre; parameci che si accontentano di una goccia di rugiada o di pioggia per svolgere la loro azione simbolicamente positiva. Il femminile ha la meglio nel film di Spielberg dove domina come vero alleato della vita, mentre il maschile lasciato solo – come Ray – si rivela inutilmente aggressivo e porta guerra a guerra, violenza a violenza.
Significativo è anche il fatto che i tripodi, strumenti del maschile più agguerrito come intelligenza super evoluta ma priva di senso morale e quindi con predisposizione soprattutto alla distruzione, sorgano da sottoterra, dove si dice stessero sepolti dalle origini della vita, metafore di inconsci istinti primordiali di sopraffazione. Questi sono risvegliati dall’intelligenza di stampo maschile e violento. I raggi di energia giungono dall’alto e destano i tripodi, le forze sotterranee e cieche che si scatenano per aggredire la vita dei diversi, di coloro apparentemente più deboli perché capaci di pace e la distruggano servendosene a proprio uso e consumo. Si dimostrano dunque solo in grado di abbattere le fragili costruzioni umane e di uccidere per vivere essi stessi senza essere in grado di costruire alcunché, alcuna vita. La distruzione ha fine quando semplici batteri che si vedono innocui all’interno dei parameci hanno il sopravvento portando alla morte gli alieni privi di immunità nei loro confronti. Si tratta di un messaggio molto importante e fiducioso in un possibile cambiamento in meglio della vita umana: la violenza non ce la può fare contro quell’alleanza con la vita che ha portato la vita stessa dai primordi ai giorni nostri superando ogni distruzione possibile. In aggiunta: i batteri e i parameci si riproducono in linea generale asessuatamente, per gemmazione, per mitosi, la nascita della nuova cellula avviene per scissione della cellula madre, senza lotte, un po’ a somiglianza, per così dire, con la gestazione e il parto della donna. Al contrario, i tripodi rappresentano, come già anticipato, un maschile all’ennesima potenza e comunque più violento e più forte di quello connotante i maschi terrestri come Ray: i loro arti inferiori sono sul piano metaforico una iperbolizzazione del pene – sono tre, un po’ come due gambe e un pene –, rappresentando una violenza micidiale, più micidiale di quella propria del maschio umano, tripodi come simbolo dell’eccesso di violenza cui può portare un machismo separato dalla misura morale femminile.
Un ulteriore simbolo della negatività connessa al maschile non moderato dall’azione mitigatrice e saggia del femminile è rappresentato tra l’altro dal sensore ottico e acustico fatto a immagine e somiglianza di un grosso e temibile serpente nero – magnifico nell’effetto speciale – a caccia della vita degli umani per distruggerla, per eccellenza metafora del maschile visto nel suo aspetto non di costruttore, ma di distruttore della vita, serpente che è simbolo fallico per eccellenza nei miti prodotti dalla cultura umana e ingigantito nel film di Spielberg onde esplicitare al meglio la sua visione del mondo contraria alla violenza prodotta da un tipo di maschio cresciuto con il modello del macho.
Ray stesso uccide un uomo che con le sue grida avrebbe potuto mettere gli alieni sulle piste sue e della piccola, ossia non trova un altro modo per farlo tacere e di fatto il nome Ray, non casualmente, significa raggio, ciò che si pone in perfetta sintonia con i raggi di cui i tripodi si servono come armi letali, raggi strumento di un’intelligenza separata dalla dimensione morale (Mary Ann e Rachel sono nomi presi non a caso dalla cultura biblica, Tim è un diminutivo connesso al significato di persona stimata da Dio, ma di questo qui non ci occupiamo). Ray massacra comunque a colpi di ascia anche il serpente, la forma maschile negativa che distrugge, anche questo in una significativa simbologia che vede la violenza maschile combattere altra violenza maschile in una guerra che si rivela solo inutile e distruttiva, una guerra prodotta appunto all’interno del mondo maschile di stampo violento. Una serie di armi sotto forma di ulteriori serpenti elettronici attacca sempre di più gli umani da tutte le parti in una lotta tra maschi aggressivi, finché i serpenti e i tripodi vengono sconfitti, come accennato, dai batteri che li fanno ammalare in modo naturale e mortalmente, perché contro la natura più pacifica i tripodi non hanno armi adeguate. Rientra pertanto nel negativo del maschile anche l’espressione di uno pseudo eroismo da macho che rimane chiuso nella sfera della violenza ingaggiata dal maschile aggressivo: Robbie, come anticipato, vuole andare a combattere e con ciò supera gli affetti, la moderazione che pongono al machismo, trascura Rachel per la quale fino ad un certo punto nel film aveva comprensione e affetto, va a combattere per farla pagare ai tripodi, neanche per vincere propriamente, solo o principalmente per la volontà di contrapporsi, di usare violenza, vendetta, di sentirsi forte, lotta che sarà del tutto inutile come l’espressione di coraggio di cui Robbie pare andare fiero, cadendo preda del desiderio di distruggere a sua volta. Anche l’intelligenza di Ray viene ridotta nel film. È vero che Ray è più interessato a comprendere quanto accade di tanti altri, è anche l’unico ad accorgersi che manca lo scudo al tripode, così che avverte i soldati e questi gli sparano addosso distruggendolo. Ma è anche vero, non lo si può dimenticare, che il tripode muore non perché Ray si accorge che manchi lo scudo, né per gli spari dei soldati, ma perché i batteri lo hanno fatto ammalare, ossia i soldati uccidono un uomo morto, anzi un marziano morto, le loro armi non servono a niente e neanche l’intelligenza di Ray serve a molto: il marziano sta già morendo e in caso contrario le armi della violenza umana sarebbero inutili come lo sono state in precedenza. In superficie, l’insufficienza delle armi degli umani potrebbe evidenziare un’insufficienza degli uomini nei confronti di pericoli che giungano da altre civiltà superiori sparse negli spazi cosmici, ma appunto in superficie: occorre tenere presente che la casa del nuovo gruppo familiare formatosi attorno alla donna ha la meglio sui tripodi senza combattere, naturalmente, per così dire in alleanza con i batteri, simbolo della Natura.
Tornando a Robbie, che vuole andare a combattere, alla fine Ray si rassegna e lo lascia andare, allora si vedono i due maschi fronteggiarsi eretti e consapevoli di essere dei combattenti, senza sapere che la loro lotta comunque, nel film di Spielberg, non servirà a niente altro che a distruggere e non sarà utile ad una vittoria per nessuno.
Quanto a Ray, la sua personalità, come già accennato, subisce una certa trasformazione nel corso del film: sta aggrappato sempre più a Rachel come sua linfa vitale, come suo amore, la trasporta quasi sempre in braccio ed è ella che dopo l’omicidio dell’uomo, cui non assiste, ma che intuisce per la cessazione improvvisa delle urla di questo, va dal padre evidentemente molto scosso per l’azione commessa e si mette fra le sue braccia stringendo e chiudendo le sue mani sul proprio corpo, così, in questo caso non per propria paura, bensì per fare sentire al padre la sua rassicurante e consolatrice presenza femminile, come una mamma che tranquillizzi il proprio bambino spaventato.
Molto coinvolgente e rilevante è la scena in cui Ray, dopo aver perso di vista la piccola per la quale ha ucciso inutilmente un uomo, la cerca disperato chiamandola con dolci nomi, soprattutto baby, bambina, nome che i maschi danno non solo ai bambini, ma alle donne di cui sono innamorati e che amano, la apostrofa disperatamente chiedendole di parlargli, come una compagna senza la quale abbia perso l’orientamento, il senso da dare alla sua vita, con il duplice scopo di sentire se sia ancora viva e di percepire vicino a sé la sua presenza armonizzatrice, in grado di dare un senso alla propria vita, il senso che solo l’amore può dare.
Spielberg ha enfatizzato i poli opposti della violenza e dell’amore parteggiando decisamente per quest’ultimo e per il femminile che lo rappresenta privilegiatamente.
A proposito delle grida della piccola, non è un caso neppure il fatto che, quasi come una parte rilevante della colonna sonora del film, esse fungano da tema conduttore che interviene ogni qual volta ci sia il pericolo di morte, grida che fungono da dolcissimo contrappunto ai ritmi spaventosi che accompagnano l’inesorabile avanzata di morte dei tripodi. Sono grida di allarme estremo: la piccola appartiene al genere femminile e ha orrore della lotta maschile, distruttiva; lancia pertanto i suoi allarmi per azioni che mettono in pericolo la vita e che infastidiscono molto Ray nella prima parte del film, tanto che le ordina di tacere ma inutilmente, perché Rachel grida il suo allarme comunque e anche di più, grida che non disturbano invece per niente Robbie. Ma quando Ray rimasto da solo, cerca Rachel, apre la porta e toglie le erbacce marziane – o machiste –che fungono da ulteriore chiusura, apre quella porta che lo separa dall’affetto della piccola, da quel femminile che rappresenta l’amore e vorrebbe sentire le sue grida per ritrovarla. Finalmente la sente e vede che è stata rapita da un tripode che sta per ucciderla onde berne il sangue. Notevole, tra parentesi, è l’interpretazione di Dakota Fanning nel ruolo di Rachel, piccola attrice scelta molto, molto sapientemente da Spielberg per una parte così importante. Pare che per la critica sia stata invece un’interpretazione scadente e comunque banale, insignificante.
Nel frangente Ray compie azioni eroiche, incurante del sacrificio della propria vita e riesce a salvare Rachel, ma, occorre ribadire, la figlia è stata rapita da esseri di tipo maschile che non conoscono, o non riconoscono, l’amore delle donne, si trova cioè in un mondo davvero alieno per lei.
Una satira molto corrosiva, anche se divertente, è quella riferita all’esercito e alle forze dell’ordine rappresentate ovviamente sempre da maschi, che nella situazione di rischio totale dell’annientamento altro non sanno fare che dirigere il traffico con autorità dando ordini privi di ogni senso, manando perentoriamente le persone da un posto all’altro e ringraziando anche dell’obbedienza, senza neppure sapere dove stanno inviando le persone e se saranno utili o meno tali spostamenti, facendole semplicemente sgombrare: di nuovo una irrisione del machismo di apparenza, bollato di stupidità umoristicamente irresistibile.
Tuttavia il film, come anticipato, non è un’accusa insanabile del maschile in generale. Anche un uomo come Ray può avere una positività per quanto limitata: riesce a salvare la propria figlia grazie alla sua disponibilità a uccidere, per cui una positività c’è anche nel maschile disponibile all’uso della violenza, ma solo quando questa si esprima nella difesa estrema, quando non ci sia più altra soluzione, non nell’attacco unilaterale come da parte dei tripodi e nella voglia di combattere dei maschi umani per sentirsi grandi, forti, coraggiosi, eroici. Un simbolo molto significativo dell’inutilità della violenza si vede anche nell’episodio che riguarda la scheggia che è penetrata nella mano della piccola Rachel: il padre vorrebbe estrargliela a forza, eliminarla per così dire usando violenza, ossia, ancora per così dire, usando violenza alla scheggia, ma Rachel glielo impedisce ripetutamente e con decisione non lasciandogliela toccare, ma solo guardare, in quanto essa sa che quando sarà tutto pronto, la scheggia verrà espulsa dal suo corpo, evidentemente in analogia, seppure su un piano molto diverso, all’espulsione del bambino dal grembo materno al momento giusto, non prima con violenza, ma naturalmente, di nuovo un’associazione anche nel negativo di una scheggia al positivo della vita, ai suoi meccanismi naturali di cui il femminile pare essere speciale custode, questo per quanto sta nell’opera di Spielberg.
In ultima analisi comunque, ciò che taglia la testa al toro nel significato profondo del film fin qui enucleato, è che l’ex moglie resta separata da Ray, non lo fa entrare nel suo gruppo, lo lascia fuori dalla casa, nella sua solitudine solo ringraziandolo e anche la bambina lo abbandona dimenticandosene appena vede la mamma, così che corre da lei nell’abbraccio assoluto di cui è stato accennato più sopra. Molto forte nel film – anche in altri film di Spielberg, soprattutto, anche se non solo, nella Lista di Schindler – è il citato tema della solitudine del maschio che non faccia gruppo attorno alla donna: Ray, all’inizio del film, trova bello il corpo della donna incinta, non solo o non tanto perché vorrebbe essere lui il padre del nuovo essere che essa porta in grembo, ma per nostalgia della relazione profonda che la donna ha con la vita come con un regno da cui lui, con le sue caratteristiche di personalità, sia escluso, condannato a rimanere solo. Non così Tim, che ne fa parte come rappresentante di un maschile pronto a difendere la vita, ma anche a fare gruppo attorno al femminile accettandone la guida morale in cui la donna naturalmente eccelle come grande educatrice, un femminile di rango, ben diverso da quello rappresentato dalla già citata giornalista, donna unisex.
Per concludere la breve analisi critica del complesso film di Spielberg, vi è un’allusione flash alla presenza della saggezza divina, alla provvidenza divina, che non si inserisce proprio organicamente nel messaggio generale dell’opera, ma che risulta giustapposta e sembrerebbe rientrare nell’astuzia commerciale del regista, che è un evoluzionista ateo e che sa che la stragrande maggioranza degli umani crede in una fede religiosa. Resta comunque bello e consolatorio l’auspicio finale e solenne relativo alla speranza dell’uomo di non vivere e morire invano, una speranza di vita ad oltranza. Molti sono gli ulteriori dettagli rilevanti per connotare ulteriormente il significato profondo contenuto nel film e che non si trattano in questa analisi critica per ovvi motivi di spazio.
Questo in linea di massima il significato del film, un film ingiustamente maltrattato da una critica che evidentemente non lo ha capito, fermandosi ai significati più evidenti, più banali, del tutto espliciti i quali in una visione superficiale delle cose si sono sovrapposti al significato che sta più in profondità nella visione del mondo del regista. Si tratta, per sintetizzare, di una visione del mondo non violenta per eccellenza e incentrata sulla funzione della donna come fulcro della vita – vedi le caratteristiche di personalità di Ray e degli altri uomini in contrasto con quelle di Tim che non è violento e fa gruppo con la donna –, una visione del mondo che nella comparazione tra i due tipi di donna, la giornalista e Mary Ann, Maria Anna significativamente, parteg-gia per quest’ultima. Mary Ann è la donna che mantiene il ruolo di educatrice ed equilibratrice che la natura pare averle assegnato da sempre e con esso salvaguarda la vita in alleanza con un uomo che pone la sua maggiore forza e capacità di azione nonché di intraprendenza al servizio della vita e non della morte, un uomo nuovo tale che possa dare una nuova organizzazione alla società affinché vengano abbandonati i miti machisti tipici di uomini che secondo Spielberg devono essere superati per fare spazio ad un modello di maschio più valido e costruttivo, che usi la sua intelligenza in modo più intelligente. Così si ha un Ray inadatto ad affrontare la necessità di un suo cambiamento e destinato in ogni caso a tramontare, restando escluso dal nuovo nucleo familiare, ciò a favore di un uomo nuovo, Tim, capace di operare per la vita e di una donna capace di conservare il suo ruolo essenziale per la vita, alleati entrambi per la vita.
Per concludere, a proposito della critica relativa ai suoi film, Spielberg stesso ha dichiarato come questa non sia mai andata in profondità nel significato degli stessi, giudizio con cui non si può che concordare sulla base dei fatti esegetici.

Rita Mascialino

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