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	<title>Rita Mascialino &#187; Autori trattati</title>
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	<description>Sito web di Rita Mascialino</description>
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		<title>Autori trattati</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 20:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autori trattati]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra i numerosi autori trattati da Rita Mascialino segnaliamo: W. Shakespeare, F. Kafka, C. Collodi, L. Da Vinci, E. A. Poe, G. W. F. Hegel, E. Hemingway, E. Dickinson, S. T. Coleridge, F. Hölderlin,  A. Manzoni, F. Nietzsche, F. Von Schiller, G. Trakl, U. Johnson,           [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Tra i numerosi autori trattati da Rita Mascialino segnaliamo: W. Shakespeare, F. Kafka, C. Collodi, L. Da Vinci, E. A. Poe, G. W. F. Hegel, E. Hemingway, E. Dickinson, S. T. Coleridge, F. Hölderlin,  A. Manzoni, F. Nietzsche, F. Von Schiller, G. Trakl, U. Johnson,            J. Roth, F. Hölderlin, G. D&#8217;Annunzio, M. Carminati, F. M. Risolo,            F. Kafka, M. Lutero, A. Santoliquido, L. Carli, Novalis, C. Sironi,            E. A. Poe, W. Moellendorff, L. da Vinci, G. Quarenghi, C. Sgorlon, F.            G. Lorca, B. Pascal, A. Manzoni, L. Cristin, E. Dickinson, R. Piumini,            O. Guayasamín, Pinocchio (Collodi), L. Gazzino, S. Riglietti,            J. Martí, G. Leopardi, S. Rotta, A. M. Moro, W. Whitman, D. Defoe,            S. T. Coleridge, E. Hemingway, W. Shakespeare, L. Carli, P. Martinella,            A. Quoco, A. Rosmini, U. Foscolo, S. Zaillian, Friedmann-Koepp, S. Spielberg e molti altri ancora.</div>
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		<title>Franz Kafka</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 19:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autori trattati]]></category>
		<category><![CDATA[Franza Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Linguaggio ed Evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>

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		<description><![CDATA[Franz Kafka
Mascialino, R., (2003) L’Aforisma N. 1 di Franz Kafka: analisi e interpretazione
(Rivista di Analisi del Testo Filosofico, Letterario e Figurativo: Padova: Cleup Editrice: A. IV, N. 6)

p. 39 &#8220;(&#8230;) Ritengo di essere nel giusto affermando che nei testi di Franz Kafka l’unica cosa assurda o incoerente siano spesso le traduzioni e le interpretazioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><span class="menutit">Franz Kafka</span></h1>
<p>Mascialino, R., (2003) L’Aforisma N. 1 di Franz Kafka: analisi e interpretazione</p>
<p>(Rivista di Analisi del Testo Filosofico, Letterario e Figurativo: Padova: Cleup Editrice: A. IV, N. 6)</p>
<div>
<blockquote><p>p. 39 &#8220;(&#8230;) Ritengo di essere nel giusto affermando che nei testi di Franz Kafka l’unica cosa assurda o incoerente siano spesso le traduzioni e le interpretazioni di essi e credo veramente che la fama di scrittore dell’assurdo sia piombata a tutto torto su Kafka senz’altro per la obiettiva complessità dei concetti prodotti da Kafka, ma soprattutto per la qualità spesso troppo scadente delle sue interpretazioni che in tanti casi danno come risultati appunto l’assurdo (&#8230;).&#8221;</p>
</blockquote>
</div>
<blockquote></blockquote>
<div>
<p>p. 40</p>
</div>
<blockquote>
<div>
<p>&#8220;(&#8230;) Non concordo pertanto affatto con il giudizio del curatore della [citata e analizzata] Traduzione A quando afferma che la simbolicità delle parole di Kafka &#8220;non deriva tanto da una loro intima natura di oggetti significanti altro da sé – immagini ad esempio concrete o particolari che stanno per qualcosa di astratto o di generale – quanto piuttosto dal fatto che in sé non significano nulla&#8221; (Baioni 1983: 6) (&#8230;) Né concordo in nessuna misura con l’opinione secondo la quale connoterebbero i testi di Kafka addirittura &#8220;l’incoerenza, la frammentarietà (&#8230;), folgorazioni improvvise senza motivazioni esplicite, al di là delle categorie del tempo, dello spazio e della causalità’ (Baioni 1983: 5)(&#8230;).&#8221;</p>
</div>
</blockquote>
<p>p. 42</p>
<blockquote><p>&#8220;(&#8230;) Per finire: alla luce dell’analisi da me condotta in questo studio io mi permetto di ritenere, pur nel totale rispetto delle idee altrui e del loro diritto ad essere qualsiasi esse siano e possano essere, che le asserzioni di [Baioni], così come la Traduzione A comprensiva dell’interpretazione dell’aforisma kafkiano, non reggano in misura sufficiente per essere accettate e siano per altro in contraddizione con il significato generale e particolare dell’opera di Franz Kafka.&#8221;</p>
</blockquote>
<h2>Mascialino, R., (2003) Il fiorettista di Franz Kafka: analisi e interpretazione (<i>Rivista di Analisi del Testo Filosofico, Letterario e Figurativo</i>. Padova: CleuP Editrice: A. IV, N. 6)</h2>
<p>p. 43</p>
<blockquote>
<div>
<p>&#8220;(&#8230;) Questo studio pone in relazione il disegno Il fiorettista di Franz Kafka con un rilevante tratto stilistico dell’arte narrativa dell’autore: il tropo dell’ironia tattica (&#8230;).&#8221;</p>
</div>
</blockquote>
<p>p. 45</p>
<blockquote><p>&#8220;(&#8230;) Come emerge subito alla visione del disegno relativo alla Figura A, ci troviamo di fronte ad un fiorettista che si esibisce piuttosto audacemente in un particolare affondo, la cosiddetta &#8220;passata sotto&#8221; o colpo basso. Ci dobbiamo rappresentare l’altro fiorettista non esplicitamente raffigurato, ma implicitamente presente nel combattimento, e lo immaginiamo mentre si è appena esibito in un affondo diretto al petto dell’avversario, affondo che è stato schivato dal fiorettista del disegno il quale si è abbassato fulmineamente non solo per sottrarsi al colpo mortale, ma attaccando a sua volta in un affondo di passata sotto, insidiosissimo in quanto difficilmente evitabile da parte di colui contro il quale è diretto dal momento che tale passata sotto può avvenire in genere quasi del tutto contemporaneamente all’affondo al petto da parte dell’avversario, ossia quando quest’ultimo è scoperto perché ormai nella performance relativo alla postura dell’attacco frontale, così che in tal modo quest’ultimo – o attaccante implicito nel disegno – viene sorpreso mentre si trova in aperta e avanzata posizione di assalto e molto verosimilmente subisce il danno (&#8230;)&#8221;.</p>
</blockquote>
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		<title>William Shakespeare</title>
		<link>http://www.ritamascialino.com/cms/2009/01/william-shakespeare/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 18:58:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[William Shakespeare]]></category>

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		<description><![CDATA[William Shakespeare
MASCIALINO, R. , That time of year thou mayst in me behold (LXXIII)            di William Shakespeare: analisi, traduzione e interpretazione. A. III,            N. 5, 51-76 [Rivista di Analisi del Testo Letterario e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>William Shakespeare</h1>
<h2>MASCIALINO, R. , <em>That time of year thou mayst in me behold</em> (LXXIII)            di William Shakespeare: analisi, traduzione e interpretazione. A. III,            N. 5, 51-76 [<em>Rivista di Analisi del Testo Letterario e Figurativo </em>(<span class="timesit">M</span><span class="times">e<em>Q</em>RiMa</span>)]</h2>
<blockquote><p>&#8220;Questo Sonetto ha trovato fra l’altro nell’analisi,            traduzione e interpretazione di <strong>Rita Mascialino</strong> una novità            assoluta relativa alla nuova interpretazione del termine <em>well</em> attuata alla luce della spazialità dinamica che informa l’intero            contesto del Sonetto. Questa novità semantica, verificata sulla            base di quanto sta obiettivamente nel testo shakespeariano come è            mostrato in esauriente dettaglio nello studio riguardante tale opera,            apre prospettive nuove sulla personalità e sull’arte di            Shakespeare nonché ben più profonde di quanto finora rinvenuto&#8221;.</p></blockquote>
<p>p. 65</p>
<blockquote><p>“Giungono ora i due versi finali che presentano in questo studio            un’interpretazione diversa dalle altre fornite dagli studi accademici.            Il sintagma al centro della mia interpretazione è ‘to love            that well which’ stante nel dodicesimo e ultimo verso, al centro            del quale sta a sua volta il termine ‘well’. Abbiamo evidenziato            nel capitolo precedente che ‘well’ ha due significati di base            (&#8230;)”</p></blockquote>
<h2>MASCIALINO, R., Il <em>King Lear</em> (Atto V, Scena III) di William Shakespeare:traduzioni e  		  interpretazioni. A. III, N. 5, 77-122 [<em>Rivista di Analisi del Testo Letterario e  		  Figurativo </em>(<span class="timesit">M</span><span class="times">e<em>Q</em>RiMa</span>)]</h2>
<blockquote><p>&#8220;Il discorso di Re Lear indirizzato a Cordelia quando stanno entrambi            per essere imprigionati e vi è l’ordine di ucciderli, iniziante            con il verso No, no, no, no! Come, let’s away to prison, ha trovato            nell’analisi, traduzione e interpretazione di Rita Mascialino            una novità assoluta imperniata, fra l’altro, sul significato            rappresentato nel verbo to wear out attuata alla luce della spazialità            dinamica che informa l’intero contesto del pezzo. Questa novità            semantica, verificata sulla base di quanto sta obiettivamente nel testo            shakespeariano come è mostrato in esauriente dettaglio nello            studio riguardante tale opera, apre prospettive del tutto nuove sulla            personalità e sull’arte di Shakespeare nonché ben            più profonde di quanto finora rinvenuto&#8221;.</p></blockquote>
<p>p. 78</p>
<blockquote><p>“Tra le interpretazioni delle strutture profonde della tragedia, ossia  		  le strutture che sono fasi e livelli della significazione che stanno fuori da  		  quanto forma la superficie esterna del messaggio complessiva di esplicito e  		  di implicito ad essa riferito, sta la versione psicoanalitica di Sigmund Freud.<br />
Essa, per quanto affascinante ed attraente, risulta alla verifica della sua  		  spazialità dinamica ricostruita nei percorsi di esotrama e di endotrama  		  (Mascialino 1997-2002) del tutto errata, priva di qualsiasi fondamento obiettivo,  		  quindi non in grado di reggere in alcuna misura ai processi di falsificazione,  		  come vedremo precipuamente nel Capitolo 4.<br />
Onde evidenziare il piano soggettivo  		  in cui giace l’interpretazione psicoanalitica freudiana, presenterò  		  in questo studio una duplice analisi: quella della spazialità dinamica  		  propria del più interessante e complesso pezzo della tragedia, denso  		  di significati simbolici, quindi greve di strutture profonde e perciò  		  particolarmente adatto, anche se breve, a fungere da sintesi generale delle  		  tematiche portanti della tragedia, e quella della spazialità dinamica  		  propria dell’interpretazione psicoanalitica di Freud.“</p></blockquote>
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		<title>Carlo Collodi</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 11:32:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autori trattati]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Collodi]]></category>

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		<description><![CDATA[Carlo Collodi
De Lorenzo, R. (2001) Il nuovo volto di Pinocchio ricostruito attraverso la Sperimentazione del   Progetto Pilota MeQ1: riflessione. N. 2, 167-170. (Rivista di Analisi   del Testo Letterario e Figurativo MeQRiMa).
p. 168
“Attraverso l’analisi attuata con il Metodo Quadrifasico degli eventi  		  diegetici di cui si compone il libro di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Carlo Collodi</h1>
<h2>De Lorenzo, R. (2001) Il nuovo volto di Pinocchio ricostruito attraverso la Sperimentazione del   Progetto Pilota MeQ1: riflessione. N. 2, 167-170. <em>(Rivista di Analisi   del Testo Letterario e Figurativo </em><span class="timesit">M</span><span class="times">e<em>Q</em>RiMa</span>).</h2>
<p>p. 168</p>
<blockquote><p>“Attraverso l’analisi attuata con il Metodo Quadrifasico degli eventi  		  diegetici di cui si compone il libro di Collodi le cose sono cambiate un pochettino  		  e il padre di Pinocchio è stato visto nella prospettiva del degrado della  		  sua personalità del tutto inadatta a educare un figlio – è  		  lui che vuole un burattino al proprio servizio e segna così il destino  		  del malcapitato figlio ed è lui che accoglie malamente il figlio definendo  		  “occhiacci” i suoi occhi che pure sono opera sua – malgrado la  		  presenza di un tipo di affetto paterno per il figliolo che si esprime in buoni  		  insegnamenti a parole, in prediche che non possono non lasciare il tempo che  		  trovano di fronte alla cogenza dei fatti che sono molto diversi dalle stesse  		  (…) Il grande insegnamento che esce dal libro di Collodi visto con il Metodo  		  Quadrifasico è che la redenzione di Pinocchio è solo opera sua,  		  della quale non deve dire grazie al padre e neppure alla Fatina dai capelli  		  turchini, una figura del suo desiderio di amore e cure femminili, una figura  		  uscita dalla sua solitudine ed un punto di riferimento prodotto dal suo cuore.<br />
È attraverso la stimolazione delle forze che nutre in sé che Pinocchio  		 riesce a superare la cattiva stella della sua nascita (…).”</p></blockquote>
<h2>Mascialino, R. (2001) Il <em>Leitmotiv</em> endotramatico della vicenda di Pinocchio. N. 2, 205-210. p. 205-209 <em>(Rivista  		  di Analisi del Testo Letterario e Figurativo</em> <span class="timesit">M</span><span class="times">e<em>Q</em>RiMa</span>)</h2>
<blockquote><p>“(…) Particolarmente interessante nella vicenda di Pinocchio è  		  il <em>Leitmotiv</em> endotramatico (Mascialino 1997-2002), ossia il tipo di moti  		  che caratterizzano la spazialità dinamica tipica del suo ambiente natale  		  e l’insieme di comportamenti che Pinocchio burattino mette in atto nell’ambiente  		  in cui si trova a vivere. Lo schema del suo impatto con l’ambiente e del  		  suo adattamento all’ambiente, del suo muoversi ed agire in esso, ripete  		  quanto il suo cervello ha appreso alla nascita e nei primi tempi di vita, quasi  		  si tratti di una regola cui il pupazzo non possa sottrarsi, ciò fino  		  a quando si instaura una nuova spazialità dinamica (Mascialino 1997-2002)  		  derivata dall’insegnamento dell’esperienza e dal giudizio del burattino,  		  nuova spazialità dinamica che è in grado di contrapporsi a quanto  		  il piccolo Pinocchio si è trovato a subire nella sua infanzia violenta  		  e abbandonata, ossia che è caratterizzata da moti opposti a quelli vissuti  		  nell’ambiente di nascita, diversità grazie alla quale Pinocchio  		  potrà diventare colui che salva il padre dal degrado in cui è  		  vissuto e si è cacciato (…).”</p></blockquote>
<p><strong><em><br />
</em></strong><span class="menutit"><strong><em><img class="alignleft" title="Pinocchio: analisi e interpretazione di Rita Mascialino" src="http://www.ritamascialino.com/sito/img/pinocchio.jpg" alt="" width="127" height="170" />Pinocchio<br />
Analisi e interpretazione </em></strong><br />
</span><br />
autore: Rita Mascialino<br />
Padova: CleuP Editrice<br />
novembre 2004 (pp. 206, Capitoli 24)</p>
<div>Per approfondire l&#8217;argomento rimandiamo alla sezione:  		<em>Pinocchio: Analisi e interpretazione</em> di Rita Mascialino.  		Per accedere alla sezione <a class="ev" href="../../sito/pinocchio.html">clicca qui</a>.</div>
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		<title>Edgar Allan Poe</title>
		<link>http://www.ritamascialino.com/cms/2009/01/edgar-allan-poe/</link>
		<comments>http://www.ritamascialino.com/cms/2009/01/edgar-allan-poe/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 11:25:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Edgar Allan Poe]]></category>

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		<description><![CDATA[ Edgar Allan Poe
TRADUZIONI PREMIATE FINALISTE AL PREMIO PER LA TRADUZIONE              DEL TESTO LETTERARIO “Dott. Guglielmo Foschi &#8211; CITTA DI FORLI” 
Edizione 2006
Traduzioni pubblicate testo a fronte con analisi e interpretazione            [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><strong> Edgar Allan Poe</strong></h1>
<h2><strong>TRADUZIONI PREMIATE FINALISTE AL PREMIO PER LA TRADUZIONE              DEL TESTO LETTERARIO “Dott. Guglielmo Foschi &#8211; CITTA DI FORLI” </strong></h2>
<p>Edizione 2006</p>
<p>Traduzioni pubblicate testo a fronte con analisi e interpretazione              rispettivamente in: Mascialino, R. (dir.), Interpretare (Campanotto              Editore, Udine/PasiandiPrato, 1998) e in: Mascialino, R. (dir.), Rivista              di Analisi del Testo Filosofico, Letterario e Figurativo (CleuP Editrice              Università di Padova, 2000)</p>
<p><img src="../../sito/autori/pdf.gif" alt="" width="29" height="32" align="absmiddle" /> <a class="menubordeaux" href="../../sito/autori/poe.pdf" target="_blank">scarica il file PDF contenente la traduzione delle opere</a></p>
<h2>Mascialino, R., (2000) &#8220;Ulalume&#8221; di Edgar Allan Poe: traduzione,            analisi e interpretazione. N. 1, pp. 9-40. <em>(Rivista di Analisi del            Testo Letterario e Figurativo</em> <span class="timesit">M</span><span class="times">e<em>Q</em>RiMa</span>).</h2>
<p>p. 32</p>
<blockquote><p>“(..) partiamo ora analizzando il nome “Ulalume”, fittizio e comunque scelto dall’autore, ed  		  il tipo di grido con cui avviene il riconoscimento della spazio-temporalità,  		  in quanto qui sta la base dell’ultima ipotesi che sta per essere abbozzata  		  dopo le altre più immediate e risultate per qualche particolare false,  		  ipotesi che è ultima in quanto pare essere in grado di reggere alle falsificazioni  		  e comunque di reggere sufficientemente per poter essere considerata valida.<br />
Analizziamo la pronuncia del nome della donna (…)”.</p></blockquote>
<p>p. 34</p>
<blockquote><p>“(…) Si tratterebbe di un titolo che allude ad un problema di impotenza  		  del protagonista – che poi questo sia una proiezione dello scrittore, è  		  fuori di dubbio in un protagonista che è un sosia di quasi tutti i protagonisti  		  delle opere di questo autore, in ogni caso non possiamo inferire da ciò  		  che Edgar Allan Poe abbia avuto problemi di impotenza collegati ad una o più  		  donne della sua vita, bensì possiamo solo inferire, ma con certezza,  		  che questo problema lo ha interessato fino al punto di darne una per così  		  dire cripto-descrizione, ossia una descrizione a livello del tutto nascosto  		  ed implicito.<br />
Certo è che un autore come Edgar Allan Poe, così  		  attento ai significati delle parole, antiche e contemporanee, nonché  		  abile giocatore con i nomi dei suoi protagonisti, non può non essersi  		  accorto delle implicazioni presenti in questo nome per altro da lui stesso costruito  		  artificialmente (…) [così che] se una implicazione fosse stata sgradita  		  o non voluta o fuori posto, sarebbe stata eliminata attraverso il cambiamento del nome (&#8230;).”</p></blockquote>
<h2>Mascialino, R., (1999) Edgar Allan Poe: interpretazioni (Eldorado-The Fall of the House of Usher, con testi originali, traduzioni a fronte e interpretazioni). N. 1-2, pp. 28-113. <em>(Interpretare IRIATFEL).</em></h2>
<p>pp. 42-43 [<em>Eldorado</em>]</p>
<blockquote><p>“(…) Nella strofa successiva parla l’ombra, quella che in questa  		  interpretazione è stata ipotizzata come legittima residente dell’Eldorado  		  e proiezione del cavaliere, e dice a questo che per cercare l’Eldorado  		  deve continuare a cavalcare baldamente. Ciò che emerge è che l’ombra  		  non dice dove sia questa terra, né che cosa il cavaliere debba fare per  		  trovarla, bensì gli dice soltanto che, se cerca l’Eldorado, deve  		  cavalcare e cavalcare oltre i Monti della Luna e giù per la Valle dell’Ombra.<br />
La simbologia più immediata di questo messaggio è che l’Eldorado  		  è sì inafferrabile come i nomi degli pseudo-luoghi citati fanno  		  ritenere, ma si può cercare in uno spazio di ombre – vedi Valle  		  dell’Ombra – e di fantasia – vedi Monti della Luna, da sempre  		  simbolo dei sogni irrealizzabili e dei sentimenti più contemplativi.<br />
Ora il piano è ironico, in quanto dire ad un vecchio di cavalcare arditamente  		  in luoghi così impervi e viaggi tanto lunghi è beffarlo dal momento  		  che non lo può più fare sia per la mancanza di forze che per la  		  mancanza di tempo (…) Il cavaliere che ha vissuto in cerca d’ombre,  		  le ha finalmente trovate ed è in parte ombra egli stesso sia perché  		  è stato già penetrato dall’ombra ed è proiettato nell’ombra  		  che gli sta vicino e sia perché sta per chiudere la sua esistenza e per  		  svanire come ombra a tutti gli effetti. La parte <em>soft</em>, sognante, è  		  stata dunque la guida del cavaliere nel suo viaggio esistenziale che risulta  		  essere un viaggio entro i confini sconfinati dei luoghi psichici (…).”</p></blockquote>
<p>pp. 94-95 [<em>The Fall of the Houseof Usher</em>]</p>
<blockquote><p>“(…) Vi sono tuttavia particolari linguistici dai quali è inferibile  		  come il visitatore sia a conoscenza degli effetti disastrosi dovuti all’assunzione  		  di droghe ed alcolici non solo per sentito dire, ma direttamente, ciò  		  che evidenzia come la sua emozionalità sia estrema e non guidata dalla  		  razionalità, ciò da cui a sua volta si rileva come la sua emozionalità  		  sia dello stesso tipo di quella di Roderick, ossia connotata dall’ipersensibilità  		  più estrema e meno controllabile.<br />
Veniamo ai detti particolari. Il narratore  		  descrive molto in profondità le sensazioni provate al suo incontro con  		  paesaggio ed abitazione dell’amico e per descriverle al meglio paragona  		  lo stato depressivo in cui si viene a trovare allo stato dell’oppiomane  		  al risveglio dal sogno, quindi allo stato che possiamo qualificare come quello  		  che dà l’avvio all’insobriamento.<br />
Ora può essere che  		  tale stato sia a lui noto per averne avuto notizia da altri, drogati o medici  		  etc., ma può anche essere che ne abbia conoscenza per essere egli stesso  		  un oppiomane, ciò che ha buone probabilità di essere dato il termine  		  particolare che il visitatore usa in tale comparazione, “reveller”  		  in luogo di <em>eater</em>, forma quest’ultima più consueta in inglese:  		  <em>opiumeater</em> indica che fa uso di oppio, “reveller” significa  		  “bagordatore” o “colui che gozzoviglia”, in questo caso  		  con l’oppio, scelta che mostra una certa sorprendente familiarità  		  con la situazione psicologica dell’oppiomane che può essere prodotta  		  più probabilmente da chi ha conosciuto o conosce direttamente tale situazione,  		  familiarità in cui si può percepire anche una sorta di compiacimento, quasi  		  il narratore-visitatore non sappia trattenere una specie di complicità  		  con un tale ipotetico drogato, perda per un attimo la freddezza di carattere  		  che lo connota abitualmente, lasci emergere, seppure dissimulatamente, una passione  		  per l’oppio e ammicchi ad un vizio che pare essere in qualche misura il  		  proprio o anche il proprio. Tale interpretazione è rafforzata dalla scelta  		  del campo semantico successivo introdotto dal sostantivo “lapse” a proposito del  		  rientro nella norma, sostantivo che significa “scivolamento”,  		  termine connotato negativamente in quanto lo scivolare corrisponde al perdere  		  la posizione che si ha e che si vorrebbe o dovrebbe conservare, tanto è  		  vero che sia “lapse”che “scivolamento” si adoperano anche  		  nell’accezione di “errore”, “sbaglio”.<br />
Ciò sottolinea  		  di nuovo come l’assunzione di oppio per il visitatore sia positiva rispetto  		  alla sobrietà, quasi che il sogno dell’oppiomane sia il giusto,  		  la vera realtà, e l’insobriamento dal sogno sia lo stato di errore,  		  l’effetto di uno scivolamento che può essere considerato “amaro”  		  verosimilmente da chi l’abbia provato di persona e ritenuto tale. A ciò si aggiunge (&#8230;).”</p></blockquote>
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		<title>Leonardo Da Vinci</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 19:56:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Leonardo Da Vinci
MASCIALINO, R., La donna e la madre nella Madonna del Fiore o  		  Benua (1478-82) di Leonardo da 		  Vinci: analisi e interpretazione. A. III, N. 5, 29-47 [Rivista di  		  Analisi del Testo Letterario e Figurativo (MeQRiMa)]
p. 33
&#8220;Venendo ora specificamente alle donne di Leonardo, esse si riconoscono, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Leonardo Da Vinci</h1>
<h2>MASCIALINO, R., La donna e la madre nella Madonna del Fiore o  		  Benua (1478-82) di Leonardo da 		  Vinci: analisi e interpretazione. A. III, N. 5, 29-47 [<em>Rivista di  		  Analisi del Testo Letterario e Figurativo </em>(<span class="timesit">M</span><span class="times">e<em>Q</em>RiMa</span>)]</h2>
<p>p. 33</p>
<blockquote><p>&#8220;Venendo ora specificamente alle donne di Leonardo, esse si riconoscono,  		 tra l&#8217;altro, per un insieme molto evidente di tratti che le accomuna in  		 generale: l&#8217;aspetto sensibile, intelligente, la consapevolezza della responsabilità  		 intrinseca al loro ruolo, una responsabilita&#8217; che va ben al di là  		 dallessere esse natura passiva come voluto dal penoso <em>cliché</em> prodotto in tutti i tempi per la donna, nonché al di là del semplice  		 atto procreativo subito e dall&#8217;essere compagne di piacere dell&#8217;uomo  		 e a questo sottomesse. Le donne di Leonardo non appaiono sulla tela come passivi  		 strumenti di procreazione, né tanto meno come muta o inerte natura, né  		 ancora meno come persone a metà, ma sono rappresentate come persone dotate  		 non solo di soma leggiadro, ma di intelligenza e di personalità (&#8230;)  		 &#8211; vedi tra l&#8217;altro la <em>Madonna Benua</em> in atteggiamento didattico assunto  		 per far conoscere il nuovo, ma anche per fare imparare il piacere collegato  		 all&#8217;esperienza del conoscere e alla vita intesa come opportunità  		 di conoscenza (&#8230;)&#8221;</p></blockquote>
<h2>Mascialino, R. (1999) Leonardo da Vinci ed il concetto del piacere: pensieri  		 di filosofia morale. N. 3, pp. 21-30. <em>(Interpretare IRIATFEL).</em></h2>
<p>pp. 21-22</p>
<blockquote><p>&#8220;(&#8230;) Il pensiero in questione si trova a conclusione di un&#8217;argomentazione  		 incentrata sulla vicenda relativa al monumento equestre di Francesco Sforza  		 commissionato a Leonardo e rimasto per vari motivi incompiuto, nonché  		 andato distrutto, la quale si riferisce all&#8217;impossibilità, per quanto  		 varie potessero anche essere le soluzioni prospettate, di eseguire il monumento  		 in modo tale che fosse impossibile asportarlo o demolirlo.<br />
Le difficoltà  		 insorte al proposito inducono Leonardo a produrre il pensiero in questione riferito  		 all&#8217;inutilità di tutti gli sforzi ed all&#8217;amarezza a ciò  		 conseguente, tali da associare la sua visione del mondo o dando a questa la  		 propria contingente colorazione o assumendo la colorazione di fondo di questa,  		 come si chiarirà ad analisi avvenuta ed a compimento dell&#8217;interpretazione.<br />
Eccone il testo:<br />
&#8220;Fa come ti piace, che ogni cosa ha la sua morte.&#8221; (De Micheli 1984: 12)<br />
(&#8230;).&#8221;</p></blockquote>
<p>p. 26-27</p>
<blockquote><p>(&#8230;) All&#8217;uopo si sono scelti due altri pensieri che paiono associarsi  		  a questo come più esplicita specificazione dei valori  		  e delle consuetudini morali  		  in cui l&#8217;altro si pone. Il primo e&#8217; il seguente:<br />
&#8220;Ogni impedimento e&#8217; distrutto dal rigore&#8221; (De Micheli 1964: 118)<br />
(&#8230;) L&#8217;altro pensiero scelto, che pare specificare ulteriormente il  		  tipo di gioia che fa parte della <em>Weltanschauung</em> di Leonardo,  		  e&#8217; il seguente:<br />
&#8220;Siccome una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una  		  vita bene usata dà lieto morire (De Micheli 1964: 21)<br />
(&#8230;).&#8221;</p></blockquote>
<p>p. 29</p>
<blockquote><p>&#8220;(&#8230;) Dal concetto al centro di questa analisi e dal contesto formato  		   dagli altri due concetti analizzati risulta un quadro dei principi  		   morali in  		   possesso di Leonardo adatto a connotare l&#8217;uomo di una  		   perfetta democrazia:  		   libero, ossia non sottomesso al giudizio di alcuna autorità,  		   come si  		   evince dal fatto che non citi mai un nome famoso o l&#8217;altro, ma solo la  		   sua propria ragione collaudata dal riscontro nei fatti, cui allude la 		    distruzione  		   degli ostacoli; privo di credenze non fondate sulla ragione e  		   sull&#8217;esperienza,  		   come si evince dal fatto che non vi sia attesa di giudizi dopo  		   la morte; a favore  		   del diritto dell&#8217;uomo alla gioia su questa Terra intesa  		   come legittimo  		   ed indispensabile sostegno al vivere, cui allude l&#8217;invito ad agire  		   secondo  		   quanto piace; privo di ogni illusione di grandezza, ossia poggiante  		   solo ed  		   esclusivamente sulle proprie forze, prime di tutte quelle  		   prestate dalla propria  		   ragione, come si evince dal fatto che non vanta rappresentanze  		   o alleanze divine  		   o di potenti; dotato di freni morali superiori alla norma, come  		   si evince dal  		   possesso del rigore e dell&#8217;autodisciplina, dal fatto che giudica le  		   proprie  		   azioni quotidianamente onde dormire il sonno dei giusti e a livello  		   dell&#8217;intera  		   esistenza onde essere in grado di morire in qualsiasi momento  		   con la coscienza  		   a posto e con la conseguente certezza di avere vissuto una vita  		   nella dignità  		   e nel buon uso della stessa, infine dal fatto che la gioia  		   proveniente dal verbo  		   &#8220;piacere&#8221; è vissuta in linea di principio nella moderazione,  		   nella pacatezza, come letizia e come conseguenza dell&#8217;applicazione di  		   rigore  		   e di autodisciplina (&#8230;).&#8221;</p></blockquote>
<h2>Mascialino, R., (2003)  Sulla rivalutazione dei segni grafici  della grafologia tradizionale: la spazialità del segno  &#8220;onfusa-arruffata&#8221; (Leonardo da Vinci).</h2>
<h2>(<em>Rivista di Analisi del Testo Filosofico, Letterario e  Figurativo</em>. Padova: Cleup Editrice: A. IV, N. 6)</h2>
<p>p. 126</p>
<blockquote><p>&#8220;(&#8230;) Questo studio dà una diversa valutazione del segno grafico  &#8220;confusa-arruffata&#8221;, così detto rispettivamente secondo le due  più importanti scuole grafologiche italiane, quella di Urbino facente  capo a Moretti quella di Milano facente capo a Marchesan.  Il segno si riferisce all’agganciamento tra le aste inferiori  delle lettere scritte su un rigo e le aste superiori o anche  il corpo di quanto è scritto sul rigo sottostante o dell’agganciamento  tra le aste superiori delle lettere scritte su un rigo alle aste inferiori  o con il corpo di lettere scritte sul rigo soprastante.  Il campione grafico adoperato per l’esemplificazione è preso  dalla scrittura di Leonardo da Vinci, dove si può agevolmente  osservare come le due “effe” che si individuano all’inizio del  secondo rigo aggancino il corpo delle lettere nel rigo successivo,  inoltre come gli allunghi inferiori in genere tocchino lettere che  si trovano in altri righi o comunque invadano campi propri di altri righi (&#8230;).&#8221;</p></blockquote>
<h2>Mascialino, R., (2003) Il concetto di sovrainterpretazione di Umberto Eco  e la sua contestazione da parte di Jonathan Culler</h2>
<h2>(<em>Rivista di Analisi del Testo Filosofico, Letterario e Figurativo</em>.  Padova: CleuP Editrice: A. IV, N. 6)</h2>
<p>p. 77</p>
<blockquote><p>&#8220;(&#8230;) Questo studio presenta il concetto di &#8220;sovrainterpretazione&#8221; riferito  alla comprensione dei testi  nell’interpretazione di due contrapposte  correnti di pensiero di cui Eco e Culler sono due esponenti:  Eco di quella negativa e limitante l’esplorazione del testo,  Culler di quella positiva e promovente l’esplorazione del testo (&#8230;)&#8221;.</p></blockquote>
<p>p. 85</p>
<blockquote><p>&#8220;(&#8230;) Quanto al tono della replica di Eco alla contestazione  di Culler, esso risulta, almeno per buona parte, piuttosto stizzoso  ed in essa lo studioso se la prende addirittura con Leonardo da Vinci,  secondo lui un &#8220;visionario&#8221; (Collini 1995: 173) che pensava  irrealisticamente (Collini 1995: 173) per la sua epoca,  dal momento che ha ipotizzato una macchina per il volo  senza pensare ad un propellente che non fosse l’energia  sviluppata dalle gambe umane, ossia, se l’esempio di  Eco deve essere pertinente al suo discorso sulla &#8220;sovrainterpretazione&#8221;,  Leonardo avrebbe, come già detto più sopra, sovrainterpretato  indebitamente, sarebbe andato oltre il lecito con le sue  anticipazioni secondo Eco inutili, motivo per il quale  Eco paragona Leonardo, poco originalmente sulla scia dei  pensatori vittoriani, ad Icaro, mentre Huygens – venuto un po’ dopo,  è il caso di ricordare – avrebbe prodotto le ipotesi vincenti.  Eco (&#8230;) disconosce addirittura (&#8230;) il concetto di storia del pensiero  tecnico-scientifico in quanto non coglie l’importanza dei precursori,  degli anticipatori in ambito scientifico, di coloro che aprono strade  alla scienza (&#8230;).&#8221;</p></blockquote>
<p>p. 85</p>
<blockquote><p>&#8220;(&#8230;) A proposito della collocazione da sempre detenuta  e oggi sempre più consolidata di Leonardo nella storia del  pensiero scientifico, è il caso qui di citare almeno un paio  di esempi tra i numerosissimi a disposizione relativi al valore  dell’opera di Leonardo nella storia della scienza ed in particolare  dei conseguimenti sul volo, questo per mostrare come l’opinione di  Eco su Leonardo scienziato non mostri particolare lungimiranza e profondità (..).&#8221;</p></blockquote>
<p>p. 86</p>
<blockquote><p>&#8220;(&#8230;) Di particolarissima importanza è la concezione [di Leonardo]  del sapere scientifico e del metodo che occorre seguire per conquistarlo.  Dal punto dei vista metodologico, egli può venir considerato un precursore  di Galileo, per l’importanza essenziale attribuita sia all’esperienza che  alla matematica; anzi, non si può escludere che Galileo, nell’elaborazione  del suo metodo matematico-sperimentale, abbia proprio subito, sia pure  indirettamente, l’influenza di Leonardo. Ma per comprendere meglio la  concezione leonardesca della scienza , sarà bene riassumere brevemente  alcuni dei maggiori contributi scientifici da lui lasciati (&#8230;) La cosa  veramente meravigliosa è che le [sue] intuizioni non restano, in lui,  su di un piano esclusivamente teorico, ma si traducono in tentativi di  realizzazione o per lo meno di progettazione tecnica. Sono progetti che  egli illustra con accuratissimi disegni, sui quali tenta di variare  ora un particolare ora un altro, traendone motivo per nuove riflessioni  scientifiche. È la prima volta nella storia dell’umanità che la  dialettica tecnica-scienza  viene attuata con tanta consapevolezza  (Geymonat-Tisano 1970/79: 47-48). Ecco il secondo esempio, che  esprime una concezione del lavoro di Leonardo sia come scienziato  sia come precursore dell’aereo di nuovo opposta all’opinione di  Eco: &#8220;(&#8230;) questa è una bella dimostrazione di come Leonardo  non fosse affatto un Icaro che si limitava ad attaccarsi  un paio d’ali sul dorso e a tuffarsi dall’edificio più alto.  Egli si accostò al regno dell’aria – un concetto che per  il suo tempo doveva essere estremamente avventuroso, e  richiedere una grande lungimiranza – con lo stesso rigore  empirico e la stessa attenzione al dettaglio che metteva  in tutto le sue imprese di inventore, scienziato, ingegnere  o artista (&#8230;) (White 2000: 308)&#8221;.</p></blockquote>
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		<title>Emily Dickinson</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 14:42:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Emily Dickinson]]></category>

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		<description><![CDATA[Emily Dickinson
Mascialino, R., (2001) “She sweeps with many-colored Brooms” di Emily Dickinson: l&#8217;analisi, traduzione   e interpretazione. N. 2, pp.45-76. (Rivista di Analisi del Testo Letterario e Figurativo MeQRiMa).
pp. 55-56
“(…) Per quanto riguarda “Ravelling” nel primo verso della  		  seconda strofa, si tratta anche qui di un doppio significato che emerge alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Emily Dickinson</h1>
<h2>Mascialino, R., (2001) “She sweeps with many-colored Brooms” di Emily Dickinson: l&#8217;analisi, traduzione   e interpretazione. N. 2, pp.45-76. <em>(Rivista di Analisi del Testo Letterario e Figurativo</em> <span class="timesit">M</span><span class="times">e<em>Q</em>RiMa</span>).</h2>
<p>pp. 55-56</p>
<blockquote><p>“(…) Per quanto riguarda “Ravelling” nel primo verso della  		  seconda strofa, si tratta anche qui di un doppio significato che emerge alla  		  pronuncia del termine e non nella sua forma scritta, contesto a parte.<br />
La pronuncia di tale termine equivale quasi del tutto, tranne che per il suono <em>-ng</em> che si trasforma in <em>-n</em>, a quella di un altro termine, <em>ravelin</em>,  		  dalla grafia diversa. “Ravelling” significa, tra l’altro e pressappoco,  		  “filaccio” o “garbuglio”. <em>Ravelin</em> ha come referente  		  la “parte a due facce angolari della fortificazione” staccata dalla  		  fortificazione stessa e posta a difesa della porta di questa, in italiano “rivellino”  		  o “revellino”, che però non significa anche “filaccio”.<br />
Ora il termine <em>ravelin</em> non è d’uso comune e quindi non è  		  conosciuto da chiunque, per cui è un significato presente in “Ravelling”  		  per così dire quasi in sordina, come in un’eco che indebolisce il  		  suono di “Ravelling” e che non tutti sono in grado di sentire, ma  		  che comunque c’è come sembrerebbe anche confermare la ripetizione  		  della sillaba finale, tipica appunto dell’eco, nella preposizione “in”,  		  che, grammaticalmente parlando, completa l’azione di penetrazione introdotta  		  dal verbo <em>to drop</em>, ma che sarebbe potuta anche mancare senza che cambiasse  		  nulla di rilevante nella semantica del pezzo, come per altro manca nel verso  		  successivo dello stesso tipo (…).”</p></blockquote>
<p>p.69</p>
<blockquote><p>“(…) In tale atto proiettivo in ambito cosmico, frutto di un’ipersensibilità  		  che non sa stare nei ranghi del piccolo mondo umano, come evidenzia il piano  		  iperbolico, la donna al suolo si riflette nella sua duplice natura femminile-maschile,  		  nella quale si può vedere sia come splendida donna capace di portare  		  il suo contributo di armonia al cosmo e all’esistere, sia come energia  		  d&#8217;assalto di stampo maschile tanto nell’ambito della concreta generazione  		  – vedi visualizzazione del raggio in sé e fenditura delle nubi da  		  parte del vento – che in quello metaforico delle idee, in ogni caso come  		  persona creativa capace di sentire la potenza squassante delle passioni, di  		  resistere sotto la loro stimolazione e capace di trattenerle per un poco presso  		  di sé, prima di spegnerle, pur con duro lavoro e sofferenza, nel buio  		  più fondo di una notte che sta per l’inconscio più nero,  		  nel quale le passioni fanno sì ancora sentire la loro presenza, ma ormai  		  a tinte sbiadite, come pallide luci e lumini cimiteriali che stanno per la memoria  		  di ciò che ha avuto i colori della vita (…).”</p></blockquote>
<p>pp. 66-67</p>
<blockquote><p>“(…) Essa guarda i colori simboli delle stimolazioni della vita reale  		  e la spazialità dinamica (Mascialino 1997-2002) di impronta maschile  		  intrinseca allo scenario e ne gode il lato di desiderabilità, di preziosità  		  e di bellezza estetica – vedi porpora e ambra, nonché smeraldo,  		  inoltre l’eleganza dei raggi solari e la potenza del vento – , senza  		  poter vivere tuttavia le situazioni concrete corrispondenti, dal momento che  		  ammira i colori quando stanno tramontando, quando la diffusione dei raggi luminosi  		  esalta la loro bellezza, ma accompagna anche il loro svanire e manca quindi  		  il tempo perché tali stimolazioni della vita possano realizzarsi –  		  per altro la notte non è in genere il momento più adatto per le  		  attività, bensì lo è per eccellenza per l’inattività,  		  per le riflessioni interiori e per il sogno, privi appunto della spinta alla  		  realizzazione, all’azione. Lo stagno e la natura dai quali essa vorrebbe  		  veder sparire tutti i colori che pure ammira e che sono tanto preziosi associano  		  una paura di vivere tali stimolazioni e tale paura può sussistere eminentemente  		  quando queste risultino troppo forti da sopportare (&#8230;).”</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Samuel Taylor Coleridge</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 11:57:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Samuel Taylor Coleridge]]></category>

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		<description><![CDATA[Samuel Taylor Coleridge
Rossi, S. (2002) &#8220;Phantom&#8221; di Samuel Taylor Colerdige: analisi, traduzione e interpretazione. N.4,   pp. 67-87. (Rivista di Analisi del Testo Letterario e Figurativo MeQRiMa).
p. 79
“(…) Questa immagine particolare comporta che la luce, non provenendo   dalla terra, cioè da dove è eventualmente sepolto il corpo, non   proviene, stando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Samuel Taylor Coleridge</h1>
<h2>Rossi, S. (2002) &#8220;Phantom&#8221; di Samuel Taylor Colerdige: analisi, traduzione e interpretazione. N.4,   pp. 67-87. <em>(Rivista di Analisi del Testo Letterario e Figurativo</em> <span class="timesit">M</span><span class="times">e<em>Q</em>RiMa</span>).</h2>
<p>p. 79</p>
<blockquote><p>“(…) Questa immagine particolare comporta che la luce, non provenendo   dalla terra, cioè da dove è eventualmente sepolto il corpo, non   proviene, stando sempre sul piano del simbolo e della metafora, appunto dal   corpo stesso per altro già decomposto e quindi più o meno del   tutto inesistente e non può perciò attraversarlo (…) molto   rilevante diviene a questo punto dell’analisi (…) la presenza (…)   della spaccatura della pietra che lascia passare i raggi solari e li ridà   come uscenti da sé (…)”.</p></blockquote>
<p>p. 82</p>
<blockquote><p>“(…) non c’è nessun termine di ambito affettivo-amoroso   – ed anzi sembra piuttosto che (…) vi sia una certa ironia nei confronti   della defunta, quasi egli irrida il ricordo di lei (…) tale ironia diviene   corrosivo sarcasmo se si visualizza più esattamente la spazialità   dinamica (Mascialino 1997-2002) della pietra scissa e della luce (…)”.</p></blockquote>
<p>p. 85</p>
<blockquote><p>“(…) l’analisi e l’interpretazione di <em>Phantom</em> ha   messo in luce come i due piani fondamentali, quello relativo alle strutture   di superficie e quello relativo alle strutture profonde, su cui si snoda questa   poesia, siano racchiusi in pochi termini la cui polisemia produce significati   che possono essere individuati solo tramite l’analisi immanente al testo   la quale, nel contesto della poesia ha permesso di separare il piano relativo   alle strutture di superficie che producono una interpretazione di tipo religioso   la quale ammette la presenza di uno spirito, dal piano relativo alle strutture   profonde nelle quali il senso religioso è scomparso: non ci sono spiriti (…)”.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Alessandro Manzoni</title>
		<link>http://www.ritamascialino.com/cms/2009/01/alessandro-manzoni/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 11:53:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Autori trattati]]></category>

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		<description><![CDATA[Alessandro Manzoni
MASCIALINO, R., La donna e la madre nella Milano affamata di Alessandro Manzoni (da I promessi sposi, Cap. XII): analisi   e interpretazione. A. III, N. 5, 9-18 [Rivista di Analisi del Testo Letterario e Figurativo (MeQRiMa)]
p. 15
“Il paragonare tale donna ad una ‘pentolaccia’ esprime nello  		  speciale contesto del ‘pancione’ [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Alessandro Manzoni</h1>
<h2>MASCIALINO, R., La donna e la madre nella Milano affamata di Alessandro Manzoni (da <em>I promessi sposi</em>, Cap. XII): analisi   e interpretazione. A. III, N. 5, 9-18 [<em>Rivista di Analisi del Testo Letterario e Figurativo </em>(<span class="timesit">M</span><span class="times">e<em>Q</em>RiMa</span>)]</h2>
<p>p. 15</p>
<blockquote><p>“Il paragonare tale donna ad una ‘pentolaccia’ esprime nello  		  speciale contesto del ‘pancione’ e della ‘doglia’ di nuovo  		  un disprezzo profondo per il genere femminile: non solo per la donna in questione,  		  ma, attraverso la sovrapposizione dell’immagine della donna che sta per  		  partorire, anche per la donna in generale.<br />
In aggiunta, non solo il paragone  		  con la una pentola è già di per sé irridente, ma si tratta  		  anche di una ‘pentolaccia’, un peggiorativo in senso schernente all’interno  		  di una comparazione già di per sé poco onorevole per chi l’ha  		  coniata, essendo la pentola qualcosa da riempire, così che la donna diviene  		  una brutta pentola riempita, verbo ‘riempire’ implicito alla spazialità  		  dinamica convogliata nel termine ‘pentolaccia’ e di nuovo collegato  		  al più spregevole senso da dare alla gravidanza e alle deformazioni fisiche  		  cui essa sottopone la donna appunto gravida (&#8230;)”</p></blockquote>
<h2>Mascialino, R., (2000) Da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni: analisi e intrerpretazione. N. 4,  		  pp. 35-42. <em>(Interpretare IRIATFEL)</em>.</h2>
<p>p. 35</p>
<blockquote><p>“(…) Il pezzo qui in analisi immanente al testo è il seguente:<br />
&#8220;I passeggeri, silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i  		  monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre.&#8221;  		  (Provenzal 1982: VIII, 169, 658-661) (&#8230;).”</p></blockquote>
<p>pp. 40-41</p>
<blockquote><p>“(…) Un ultimo chiarimento ancora a convalida ulteriore del fatto  		  che [per ‘variato qua e là di grand’ombre’] si tratti  		  di ritmo anapestico e non dattilico e trocaico (&#8230;): il dattilo non potrebbe  		  mai armonizzarsi con l’apparente discesa dall’alto dei raggi lunari  		  che, nel ritmo dattilico, dovrebbero, impossibilmente, scendere, vedi battuta  		  bassa e grave, e poi alzarsi, vedi battute alte e leggere, un po’ come  		  fare un passo in discesa e due in salita o scendere a segmenti dalla successione  		  irregolare e confusa, in basso il primo e più in alto gli altri due,  		  ciò che renderebbe l’immagine dei raggi lunari in un tale contesto  		  quanto meno insolita (&#8230;) Il ritmo anapestico [due brevi ed una lunga, due  		  più alte ed una più bassa] è in perfetta sintonia con l’immagine  		  dei raggi lunari che paiono giungere sul paese con ritmo di caduta lenta e come a folate  		  disuguali, a chiaroscuri, per riprendere ora l’immagine della  		  coltre: come un tessuto che, dall’alto e tenuto per due capi, venga lasciato  		  ricadere su chi si appresta a dormire perché si stenda delicatamente  		  e al meglio, azione che dà a chi giaccia al di sotto una sensazione di  		  particolare piacevolezza dal momento che il corpo viene toccato lievemente in  		  più parti, quasi si tratti di un accarezzamento erotico attuato con fuggevole  		  sfioramento in più punti sia contemporaneamente che successivamente,  		  accarezzamento il quale, poiché in questa interpretazione il paese risulta  		  avere una sua speciale personificazione, si profonda non solo sugli uomini,  		  ma anche e soprattutto sul corpo del paese, sui suoi tetti, sulle sue finestre,  		  sulle sue porte, nonché sulle sue stradine di sassi e di terra (…)”.</p></blockquote>
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		<title>Friedrich Hölderlin</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 11:49:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Friedrich Hölderlin]]></category>

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		<description><![CDATA[Friedrich Hölderlin
Mascialino, R., (1989) Friedrich Hölderlin: Poesie scelte (con testi originali tradotti   a fronte, interpretazioni globali e saggio storico-biografico e culturale). Milano (Seregno): Ciranna &#38; Ferrara: pp. 158.
p.138
“(…) Andenken &#8211; Memoria
Memoria è, con Mnemosine e Grecia, tra le più belle composizioni hölderliniane  		  ed appartiene alla fase immediatamente precedente al crollo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Friedrich Hölderlin</h1>
<h2>Mascialino, R., (1989) Friedrich Hölderlin: Poesie scelte (con testi originali tradotti   a fronte, interpretazioni globali e saggio storico-biografico e culturale). Milano (Seregno): Ciranna &amp; Ferrara: pp. 158.</h2>
<p>p.138</p>
<blockquote><p>“(…) Andenken &#8211; Memoria<br />
<em>Memoria</em> è, con <em>Mnemosine</em> e <em>Grecia</em>, tra le più belle composizioni hölderliniane  		  ed appartiene alla fase immediatamente precedente al crollo del poeta nell’ottenebramento  		  totale – fu scritta dopo il primo accesso di pazzia. La introduce un’atmosfera  		  di abbandono consapevole di cose che non si possono più ottenere né  		  raggiungere.<br />
Al poeta non è più possibile muoversi nel vasto mondo  		  con lo spirito di un avventuroso navigante, ha dovuto interrompere il viaggio  		  o forse ne è giunto al termine definitivo, in ogni caso deve restare  		  e lasciare che il vento del nord-est vada a salutare per lui la Francia, patria  		  della Rivoluzione e simbolo di libertà di pensiero e di azione per Hölderlin.<br />
Agganciato a questo concetto è il paesaggio caro al poeta e fatto di  		  rive scoscese, profondità montane, alti e forti alberi, corsi d’acqua  		  che precipitano in basso, tutti simboli di una vita titanica dal cammino pericoloso  		  quale deve essere quello imboccato da chi vuole raggiungere la maggiore libertà.<br />
Associata a questo per contrasto è l’immagine della quieta vita  		  familiare, nella quale i sentieri non sono più ardui, ma lenti, sicuri  		  e visitati da lievi brezze. Di fronte alla scelta fra i due modi di vita inconciliabili  		  egli sente ora di non poter più partecipare né dell’uno né  		  dell’altro e chiede solo che gli venga porto il calice dell’oblio,  		  colmo di luce buia, adombramento di quanto attendeva sempre più d’appresso  		  la sua personalità: il narcotico della follia, nella quale la chiara  		  razionalità si tinge di buio, ossia si chiude alla sfera dell’umana  		  comprensione.<br />
Quasi spaventato però dalla solitudine che accompagna una  		  simile situazione, il poeta parla di quello che gli sarebbe piaciuto in luogo  		  di tutto ciò: un discorso con amici sulle cose passate e sui propri sentimenti,  		  una memoria serena di sé e degli eventi dell’esistenza (&#8230;).”</p></blockquote>
<p>p. 140</p>
<blockquote><p>“(…) Se l’altro poeta romantico, Novalis, supera la concretezza della morte con la potenza autosuggestiva  		  della sua psiche, che sa andare al di là della realtà tangibile  		  per fingerne un’altra ideale, nella quale vita e morte sono la stessa cosa,  		  anzi la morte appare come una vita potenziata, in Hölderlin l’identificazione  		  dei due opposti avviene nel campo di un nichilismo che vede l’uomo non  		   in grado di trattenere per sempre la memoria di sé e degli eventi, indirizzato  		   quindi al nulla.<br />
Chiude l’inno, che si può considerare il testamento spirituale dell’autore,  		   uno dei suoi più poderosi versi, nel quale egli, nella consapevolezza  		   della vanità di ogni speranza di eternità della coscienza umana,  		   ribadisce come massimo valore la storia dei sentimenti dell’uomo: anche  		   se gli individui sono destinati al nulla, i loro ideali, i loro conseguimenti,  		   il loro dolore e la loro gioia restano eternati nelle opere dei poeti, che in  		   qualità di vati nazionali conservano il ricordo dei tratti dello spirito  		   del loro popolo e quindi di tutta l’umanità oltre le contingenze  		   dei singoli e delle epoche. In tale sintetica e lapidaria affermazione è  		   racchiuso uno dei cardini del pensiero romantico tedesco, che vede nel recupero  		   dei valori che muovono i popoli nella storia il mezzo per dare all’uomo  		   la sua vera identità: all’individuo che tramonta sopravvivono la  		   stirpe e la sua storia eternata dal poeta, che ne fa una storia di ideali, sentimenti (&#8230;).”</p></blockquote>
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