LUNIGIANA DANTESCA ANNO XV n. 137 – FEB 2018 CENTRO LUNIGIANESE DI STUDI DANTESCHI
Bollettino on-line, Direttore Mirco Manuguerra

IV OTIUM – LA LINGUA ITALIANA: ESSENZA DEL CONGIUNTIVO
Articolo di Rita Mascialino pubblicato sul Bollettino di Lunigiana Dantesca

Category: Argomentazioni in Primo Piano,

Da LUNIGIANA DANTESCA, ANNO XV n. 137 – FEB 2018
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IV OTIUM - LA LINGUA ITALIANA: ESSENZA DEL CONGIUNTIVO di Rita Mascialino

Le lingue sono un condensato della personalità dei popoli, concetto questo di provenienza almeno settecentesca, in ogni caso insuperato e insuperabile.
Le lingue non sono comunque entità che abbiano una loro vita a sé stante, quasi evolvano per conto proprio, bensì evolvono in primo luogo grazie alla sempre maggiore specificazione dei significati che sono il frutto non del popolo, ma di singoli individui che fanno parte di uno o altro popolo – lasciamo qui stare l’ambito dei prestiti più o meno integrali che a loro volta sono il prodotto di individui di culture diverse che hanno capito o hanno creduto di capire meglio o di bel nuovo un fenomeno, una circostanza, comunque un tratto del reale. Le etimologie stesse ad esempio mostrano per così dire all’ingrandimento il processo di sfaccettatura diacronica della semantica linguistica, della lunghissima storia dei significati.
Venendo alla presenza del Congiuntivo nella lingua italiana, esso occupa il maggiore spazio rispetto a qualsiasi altra lingua, è quindi un tratto distintivo fondamentale dell’identità della cultura italiana di tutte le epoche, dalla latina ai giorni nostri (giorni in cui si vede come tale uso cominci a traballare anche ai livelli considerati più fedeli all’eleganza), perché il congiuntivo, al di là di qualsiasi suo significato in termini logici e psicologici, cui verrà accennato di seguito, è un segno inconfondibile di eleganza mentale, di senso estetico, e il senso estetico è il cuore della personalità del popolo italiano, il più grande crogiuolo di talenti creativi per quanto si possa valutare nella produzione artistica e scientifica mondiale.
Oggi, purtroppo, si può sentire dire anche a livello di persone molto acculturate, frasi come “Credo che è meglio che il professore…, etc.”, invece che “Credo sia meglio che il professore…, etc.”: è quell’indicativo messo al posto del congiuntivo che si usa da sempre nei dialetti (o lingue regionali, o lingue minori, come si vogliano definire le parlate popolari diverse dalla lingua madre).
Il congiuntivo nell’uso dell’italiano rende ragione di un tratto importante della personalità del nostro popolo. Si tratta di un tratto impostato sulla sfumatura dei contorni, sulla più smussata esplicitazione logica, sull’inafferrabilità del concetto, per così dire, come se l’espressione linguistica non desse adito a nulla di certo, o a poco di certo, ma tutto fosse posto sul difficile e complesso piano dell’incertezza.
Tra l’altro, l’italiano è anche la lingua del gerundio, prodotto esclusivo della latinità rispetto all’indoeuropeo, che conosce solo il participio presente. L’italiano, per esempio, traduce la forma continua dell’inglese in -ing necessariamente con il gerundio: I am eating, ‘sto mangiando’, mentre in realtà l’inglese dice sono mangiante, con tutta una specificazione psicologica di estrema dinamicità della personalità e propensione per il cambiamento e per il nuovo in generale non tipica dell’italiano, che è lingua impostata ad una dinamicità non di avanzamento, ma di accerchiamento, un po’ come la piovra, per fare un esempio ora analogico, che nella sua spazialità priva di assetto stabile conta su una struttura imprevedibile (quasi un Proteo tentacolare che muta l’immagine in ogni momento sconcertando e sorprendendo la preda, o l’avversario, da tutte le direzioni).
Tornando al congiuntivo, nel periodare italiano questa modalità verbale serve a tenere in piedi una struttura concettuale che ha il suo perno centrale, il suo motore propulsore primario, la sua più profonda identità, nelle fondamenta mobili dell’intuizione.
Ora, l’intuizione è momento primo e imprescindibile nel funzionamento cerebrale di tutti gli esseri umani, ma quello che cambia nei vari popoli, nelle varie lingue, è la collocazione che tale "base mobile" (e, per così dire, "informe") ottiene rispetto alla struttura angolare della logica che ad essa consegue o, più esattamente, può conseguire. Se nella lingua tedesca lo spazio che occupa la logica è quello più immediatamente evidente, stando l’intuizione solo come primo, breve impulso da sviluppare – sicché il connotato principale di tale idioma è un’imponente macchina per l’appunto logica, proprio come una macchina da guerra (si veda, tra l’altro, la struttura sintattica del tutto gerarchica) – nell’italiano tale spazio logico ha minore evidenza, è mimetizzato nella forma a piovra di cui s’è detto sopra, che mette in primo piano l’inafferrabilità dell’intuizione e in secondo piano l’angolazione logica. Così, se la lingua tedesca ha il suo centro propulsore nella logica, ovvero nello schieramento concettuale più logico possibile, l’italiano ha il suo centro propulsore nelle sabbie mobili dell’intuizione che il linguaggio riflette in massimo grado proprio nella presenza delle frasi implicite e, soprattutto, nell’uso esteso del congiuntivo. Il quale congiuntivo conserva, e fa permanere il più possibile, il piano per così dire "mobile" e meno chiaro, che è proprio dell’intuizione, il quale, per chiarificarsi, deve compiere il lungo percorso che porta alla sua esplicitazione logica, ciò che si realizza appieno in quella propensione estetica, artistica e creativa, anche in campo scientifico, che è tipica del popolo italiano (ovviamente in varia misura).
Privare, dunque, la lingua italiana del Congiuntivo, o ridurlo ai minimi termini, o anche di poco, significa rispettivamente defraudare l’identità italiana delle sue caratteristiche di base e anche delle Privare, dunque, la lingua italiana del Congiuntivo, o ridurlo ai minimi termini, o anche di poco, significa rispettivamente defraudare l’identità italiana delle sue caratteristiche di base e anche delle sue eccellenze o impoverirla, senza implicare nessun arricchimento in altri campi. Per concludere il rapido cenno, credo che nelle scuole di ogni ordine e grado il docente di qualsiasi disciplina, ugualmente con allievi italiani e stranieri, di famiglie acculturate e non, abbia il dovere di insegnare, al di là dell’area di cui sia specialista, proprio come base, la migliore lingua italiana, in onore al tipo di intelligenza e sensibilità manifestata in tale lingua, in onore alla sua storia e con essa alla storia della cultura del popolo che la parla da sempre come lingua madre, la quale, in quanto forma più spontanea e diretta evoluzione del latino, non dovrebbe mai abbattere il più grande monumento linguistico della latinità, per l'appunto il congiuntivo.
Perdere tale discendenza – soprattutto in modo veloce, dunque dovuto a cause non intrinseche – credo sia un danno non lieve: significa perdere l’aggancio più profondo alla nostra cultura incentrata sull’intuizione e perciò sul centro dell’individualità fondamentale per lo sviluppo del senso estetico e creativo degli individui (non sembri un caso che l’Umanesimo e il Rinascimento siano stati un prodotto della mentalità italiana).
Progresso e mutazioni sì, nel modo più ampio possibile, ma permanendo nell’alveo della propria identità, quindi senza violenze, da qualsiasi parte esse provengano e qualsiasi finalità esse abbiano.

Rita Mascialino