LUNIGIANA DANTESCA ANNO XV n. 138 – MAR 2018 CENTRO LUNIGIANESE DI STUDI DANTESCHI
Bollettino on-line, Direttore Mirco Manuguerra

V OTIUM – L’IMPORTANZA DEL SIGNIFICATO DELL’ARTE LETTERARIA NELLA CRITICA
Articolo di Rita Mascialino pubblicato sul Bollettino di Lunigiana Dantesca

Category: Argomentazioni in Primo Piano,

Da LUNIGIANA DANTESCA, ANNO XV n. 138 – MAR 2018
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V OTIUM - L’IMPORTANZA DEL SIGNIFICATO DELL’ARTE LETTERARIA NELLA CRITICA di Rita Mascialino

Il significato dell’Arte, qui in particolare dell’arte letteraria, viene riservato dichiaratamente, e secondo le varie estetiche, all’ambito della soggettività dell’interprete, del fruitore, dell’intuizione non falsificata e non verificata, come vuole la prospettiva relativa alla libera interpretazione dei testi delle opere. Gli influssi di un Autore sull’altro, l’eventuale relazione delle opere con gli eventi biografici, il soggetto di superficie delle opere stesse o una derivazione dal contesto storico-culturale, sono tutte ottiche che vengono di norma ritenute funzionali a comprendere il significato dell’Arte quasi fossero veri e propri strumenti di comprensione.
Come seguito alla breve premessa citiamo il riferimento al grande teorizzatore della soggettività nell’attribuzione di significato ai segni, in particolare ai segni linguistici, al linguaggio: il matematico e filosofo statunitense Charles Sanders Peirce (1836-1914), fon-datore della semiotica americana e del pragmatismo (o pragmaticismo, come lo nominò due volte lo stesso Peirce per specificarne meglio la qualità). Nella presentazione della sua Teoria del Significato, come egli definì la sua ricerca finalizzata esplicitamente a rendere chiare le idee – meta molto ambiziosa –, egli prese in considerazione, per così dire, il cuore della semiosi nell’espressione linguistica, ossia l’argomento logico a vari gradi di certezza nella forma delle due premesse e della conclusione da esse derivata. Tra le varie cose Peirce scrive in proposito:

«[…] Pragmatism is the principle that every theoretical judgment expressible in a sentence on the indicative mood is a confused form of thought whose only meaning, if it has any, lies in its tendency to enforce a corresponding practical maxim expressible as a conditional sentence having its apodosis in the imperative mood […]»
(Peirce in Hartshorne & Weiß 1934/1998: 5,19 V).

«[…] Il pragmatismo è il prin-cipio secondo il quale ogni giudizio teoretico esprimibile in una frase nel modo indicativo è una confusa forma di pensiero il cui unico significato, se ne ha uno, sta nella sua tendenza a far valere una corrispondente frase condizionale avente la sua apodosi nel modo imperativo […]”
(Trad. ed evidenziazione dell’Autrice).

Tralasciamo le ulteriori cosiddette precisazioni relative al pragmatismo, tutt’altro che precise in verità e la cui inconsistenza ho illustrato in altri studi, e soffermiamoci qui solo sul fatto che un teorico del Significato, ossia uno studioso che abbia composto una Teoria del Significato onde dare un mezzo per avere idee chiare in una scia di cartesiana memoria, metta in dubbio che gli argomenti logici abbiano un qualsiasi significato e, implicitamente, o magari alquanto esplicitamente, asserisca che quasi siano privi di significato e solo invitino, o inducano, all’azione pratica. Occupandoci solo di quanto testé citato, può un qualcosa che non abbia significato, o quasi non ne abbia, condurre ad un’azione pratica coerente con la frase stessa? A qua-le azione pratica potrebbe mai condurre qualcosa che significa in una confusa forma, o solo soggettivamente? Certo può condurre solo a confusione ulteriore, dovuta all’impostazione soggettiva e confusa di chi proferisce la comunicazione e all’interpretazione soggettiva, e altrettanto confusa, di chi riceve tale comunicazione.
Questo punto di vista, inconsistente, risulta centrale alla teorizzazione di Peirce sul Significato. A tale stato delle idee, che non si può che connotare come confusionale e non logico, il filosofo aggiunge il concetto di “interpretante”, che rafforza la soggettività nella comprensione dei segni: l’interpretante è l’effetto o la somma degli effetti che il segno produce nel soggetto, effetto, che inevitabilmente varia secondo i soggetti che ricevono il segno, a meno che non vi siano strumenti di verifica e falsificazione essenzialmente logici, i quali, come si è accennato più sopra, sono in Peirce del tutto confusi anch’essi, se non privi addirittura di particolare significato o insensati, essendo importante solo l’azione cui essi inducono, la quale, a sua volta, può essere più o meno in-sensata derivando essa da asserzioni confuse.
Venendo più direttamente all’applicazione di tali principi alla Critica Letteraria, questa adotta da sempre, anche senza la teorizzazione di Peirce, la libera e soggettiva interpretazione del significato da dare ai testi, con l’unica eccezione della grande rivoluzione di pensiero attuata dagli Umanisti italiani, i quali ricercarono la presenza di un significato oggettivo nei testi letterari, religiosi e filosofici, dottrina che si diffuse successivamente in Europa fino al suo spegnimento nel corso del-la Controriforma. Ora la libera interpretazione soggettiva del significato, attuata a livello di critica letteraria, priva i testi di senso, come dovrebbe essere autoevidente, ossia rende la loro presenza insensata: se ogni individuo può interpretare il significato dei testi a proprio piacimento, secondo i propri interpretanti e le proprie idee, non obbligate a stare su di un piano oggettivo in quanto non considerato esistente, il testo letterario e artistico in generale è necessariamente produzione insignificante. I testi letterari, al contrario, parlano sì di soggettività, e per eccellenza anche, ma della soggettività di chi li ha composti, non di quella di chi li legge e tenta di capirli proiettando le proprie idee nel testo, ciò che equivale a inventare le interpretazioni. In altri termini: la ricerca della soggettività degli Autori di testi artistici viene ad essere l’oggettività del significato di detti testi. Proseguendo, se la soggettività dell’interprete è collegata comunque e inevitabilmente al primo approccio con il testo letterario, non può essere così negli studi critici che devono dare ragione, in primo luogo, proprio del significato oggettivo – vedi sopra – di cui è portatore il testo letterario. Così la Critica Letteraria si riduce forse troppo spesso a proiezione soggettiva del Critico, che lascia intonso il significato oggettivo del testo, che è – si ribadisce ancora – la soggettività del testo relativa alla soggettività dell’autore letterario, la quale non ha niente a che fare con la soggettività del critico, che è altra persona dotata di altra soggettività, diversa da quella dell’autore letterario proiettata nel suo testo. Con questo tipo di critica la maggioranza dei significati preziosi e straordinari intrinseci ai testi letterari e convogliati dalla fantasia artistica resta inattinta e inattingibile, come pure le teorie estetiche restano teorie nel senso popolare del termine, non scienti-fico: si può forse teorizzare in ambito artistico senza capire convenientemente il significato dei testi artistici? Credo che ciò sia impossibile, un po’ come costruire un edificio senza fondamenta o con fondamenta deboli, non potrà che crollare al primo soffio di vento, relativamente alla critica: alla prima falsificazione.

Rita Mascialino

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