LUNIGIANA DANTESCA ANNO XV n. 139 – APR 2018 CENTRO LUNIGIANESE DI STUDI DANTESCHI
Bollettino on-line, Direttore Mirco Manuguerra

LA VIRTÙ DEL DOVERE
Articolo di Rita Mascialino pubblicato sul Bollettino di Lunigiana Dantesca

Category: Argomentazioni in Primo Piano,

Da LUNIGIANA DANTESCA, ANNO XV n. 139 – APR 2018
CENTRO LUNIGIANESE DI STUDI DANTESCHI - Bollettino on-line.
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LA VIRTÙ DEL DOVERE di Rita Mascialino

Il Dovere, un concetto che, se non obsoleto nell’ambito dei valori in possesso della società attuale, in particolare italiana, pare essere certo un po’ sbiadito, e forse, più o meno consapevolmente, respinto nei suoi dettami più importanti, come fosse un guardiano che non serve più, vista l’eliminazione quasi totale di porte e portoni a protezione del castello. E veramente, in principio di Terzo Millennio, sembra che il Dovere abbia lasciato il proprio campo libero in molte, troppe circostanze. Spesso non si percepisce quasi più, nel chiasso prodotto dal vociare delle Pretese travestite da Diritti democratici.
Di fatto, il Diritto si può confondere, e non di rado in effetti viene confuso, con la Pretesa. È proprio il suo aggiogamento con il senso del Dovere a fare la differenza.
Per altro, parlando di Diritti, dovrebbe essere un diritto, un grande diritto, da reclamare ugualmente ad alta voce, il poter albergare nella propria personalità lo strumento del dovere, necessario per produrre forza e capacità utili a realizzare le mete più importanti, le più belle e alte per sé, per la società, per l’umanità. Un diritto che tuttavia, a quanto consta, nessuno reclama e contro il quale, al contrario, molti spendono la loro parola. Non mi riferisco a un dovere inteso come mera e pedissequa obbedienza, né accettazione rassegnata di obblighi. Non mi riferisco neppure a un dovere che investa le piccole azioni quotidiane, le quali possono senz’altro far parte legittimamente di uno spazio riservato ad una umana leggerezza esistenziale. Qui il richiamo al dovere si riferisce a quando lo esigono la stessa dignità personale, oppure irrinunciabili o alti compiti della vita. Lì occorre potersene servire, ma per potersene servire occorre che il senso del dovere faccia già parte del proprio strumentario mentale, non essendo esso qualcosa che si possa improvvisare, ma qualcosa cui si debba essere addestrati fin dalla più tenera età. Ma tant’è: nella disputa non sempre agevole e leale tra diritti, pretese e doveri, pare alla fine che il dovere sia stato messo, per così dire, alle corde, con i rischi conseguenti per una società, come quella attuale, non sufficientemente sostenuta dal fedele servitore, né nelle classi di potere, né nel popolo (la democrazia non ha evitato uno o l’altro nuovo Re Sole ed è stata estesamente interpretata verso il basso, cioè verso la distruzione di non pochi valori positivi).
Si va verso la rovina, perché il senso del dovere è uno di quei valori che non possono tramontare se non assieme al tramonto stesso della civiltà. Senza il dovere al centro della propria identità, la consorteria umana può solo assumere le mille maschere indossate dalla decadenza.
Credo sia il caso di spezzare una lancia, per quanto piccola come la presente riflessione, a favore del ritorno del Dovere ad un posto di rilievo. Quanto meno una collocazione che dia al concetto il giusto “onore delle armi”, come implica il termine virtù, associabile, seppure a distanza, alla latina virtus di tempi trascorsi ma non cancellati nella lunga e meravigliosa memoria della cultura. Proprio la memoria, in particolare, risulta essere una indispensabile base per il senso del dovere: potrebbe mai esistere un dovere senza memoria? Qualche teoria di ordine psicologico considera la dimenticanza, l’oblio, come un’arma efficace per allontanare la sofferenza, per consentire il libero sviluppo della personalità, ciò che si associa analogicamente all’assunzione di sostanze più o meno psicotrope adatte a sollevare dal peso delle responsabilità. Al contrario, il nosce te ipsum, il conosci te stesso della cultura latina e di provenienza greca, così importante per un’esistenza equilibrata e consapevole, non esiste senza la citata, profonda nonché più vigile memoria del passato e, specificamente, anche dei fatti negativi. La memoria non coincide né con la produzione di eventuale rancore, che è una delle possibili reazioni alla memoria delle cose, né con la produzione di sofferenza o incatenamento al passato; anzi la memoria ad oltranza è uno dei mezzi indispensabili per diventare più liberi, per dominare sempre più gli ampi spazi della propria mente, per costruire un ‘Io’ ben strutturato, per poter dare un “giudizio giusto”. Il DNA stesso è un esempio principe dell’importanza della memoria per la vita. La memoria è la base di qualsiasi terapia valida in ambito psicologico, psichiatrico. Brevemente: una cosa è ricordare, diverso è reagire ai ricordi in un tessuto psicologico o l’altro. In ogni caso e comunque la si metta, prendersela con la memoria e voler dimenticare è la via maestra per non avere doveri, per non imparare dalla storia e per avere una identità conseguentemente scarsa, di superficie e più o meno dubbia.
Forse, o più opportunamente, occorrerebbe dunque richiamare alle armi a pieno titolo il dovere, questo ingiustamente degradato guerriero prima che come novello pifferaio magico tradito e scacciato si vendichi trascinando tutti nel disastro, ciò che a lungo andare una sua confermata messa in secondo o ultimo piano potrebbe concretamente realizzare. Certo, nell’atmosfera di libertà dai tanti divieti e obblighi oppressivi del passato, nel tipo di libertà come si respira oggi nelle democrazie, è meno facile contemplare i doveri come parte essenziale o principale del proprio esistere, ma sarebbe il caso di capire con urgenza che i diritti ottenuti senza accogliere i doveri corrispondenti non sono affatto tali, mancando delle loro fondamenta.
Appunto non è facile, ma occorre in ogni caso che l’organizzazione dell’esistenza sia affidata ad una recuperata considerazione del dovere in ciascuno, dall’uomo di potere al membro del popolo semplice: diritti sì, nel modo più convinto e sempre più numerosi, ma con il necessario aumento dei doveri corrispondenti, per evitare il pensiero distorto secondo cui i diritti spazzino via i doveri.
Per altro, la fuga dalla droga e dall’alcolismo, dalla delinquenza – degenerazioni dell’umanità che mi paiono in crescita – non può avvenire senza un recuperato “senso” del dovere in ogni direzione positiva.
Anche la via dell’Intelligenza è compresa in questo discorso, perché, di fatto, l’intelligenza, prima ancora di essere un piacere, fa parte dei doveri di ciascuno: il produrla ed il curarla costituiscono un dovere morale, per il bene di sé, ed un dovere etico, per il bene della comunità.
Sarebbe bello (di una bellezza forte, profonda, non di superficie) se ogni individuo potesse identificare senza alcuna paura il nucleo connotativo della propria personalità nella capacità di affrontare il dovere per farselo amico e compagno nell’avventura esistenziale, nel superamento delle difficoltà per mantenersi sulla retta via e per raggiungere i propri obiettivi, nella forza morale e nella bontà. Il “dovere in positivo”, che è l’argomento vero di discussione, non è amico della debolezza e del lassismo, né dell’incapacità, dell’irresponsabilità o della prepotenza, né tantomeno della ricerca del piacere materiale a qualsiasi costo, anche a quello dell’autodistruzione di sé e del tessuto sociale e culturale.
Per inserire qui ancora un’opinione, quella relativa all’insegnamento del dovere e della relativa disciplina ai giovani, emerge tra gli altri il problema se abbia più valore la disciplina o l’affetto nella formazione dell’uomo.
Sarebbe auspicabile che entrambe le componenti confluissero a pieno ritmo nella formazione della personalità, ma, dovendo per assurdo (sottolineo: per assurdo), scegliere tra affetti e rigore, forse la disciplina sembrerebbe avere qualche possibilità in più di salvare l’individuo dalla possibile degenerazione.
Qui, a sua volta, si apre il tema di che cosa si debba intendere per disciplina come concetto positivo. Come dare questo strumento ai giovani senza che degeneri in pura e semplice coercizione della personalità? Ma per questo occorre un intervento a sé.
Per concludere, è la “cultura” del massimo risultato con il minimo sforzo che porta a conseguire traguardi prescindendo dal senso del dovere, dunque agendo alle spalle degli altri, parassitariamente, o attraverso l’uso dell’inganno, della prevaricazione, comunque all’insegna dell’invidia per il successo altrui. Un atteggiamento che va ovunque riconosciuto ed isolato.

Rita Mascialino

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