RITA MASCIALINO: IMAGINE di JOHN LENNON

RITA MASCIALINO: IMAGINE di JOHN LENNON

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Rita MASCIALINO: IMAGINE di JOHN LENNON

 

La canzone Imagine (1971), testo poetico e musicale, performance al pianoforte e voce di JOHN WINSTON LENNON (Liverpool 1940 – New York 1980), come nel video ufficiale della canzone,  è senz’altro la più famosa canzone composta dall’ex membro del gruppo rock e pop dei BEATLES subito dopo lo scioglimento e pubblicata nel 1971 nell’album omonimo, poi come singola canzone negli Stati Uniti dove Lennon si trasferì per non fare più ritorno in Inghilterra.

Sia del testo della canzone sia del video esistono numerosi commenti come di norma secondo il gusto personale di ciascuno. Il testo di parole è stato interpretato soprattutto se non esclusivamente  in chiave sociopolitica, specificamente comunista o socialista o come un inno al pacifismo mondiale, anche come l’opera di un Lennon che dall’alto del suo regno capitalistico ricco di beni materiali predicava l’assenza di ogni desiderio materialistico, di ricchezza e simili. Lennon rispose alle critiche un po’ contraddittoriamente, dichiarando che non era mai stato comunista, ma che la canzone era comunista  [https://it.wikipedia.org/wiki/Imagine_(singolo_John_Lennon)], alla fine affermando che la canzone invitava ad immaginare.

Diamo qui dunque un commento critico in aggiunta a quanto già presente relativamente a tale canzone.

All’inizio del video ufficiale, tratto dall'omonimo film Imagine di John & Yōko, si vedono dal retro tra la nebbia e una abbastanza diffusa oscurità di un vialetto le figure di John Lennon e Yoko Ono quasi fossero ombre che emergessero gradualmente dal buio e dalle fitte fronde degli alberi per rientrare nella loro molto speciale casa. Alla fine del cammino in fondo si vede una luce e compare anche la magione di Lennon, del tutto o quasi del tutto bianca con la scritta This is not here in alto nel sopraporta dell’ingresso, ossia Questo non è qui, la cui spazialità è quella di un arco di circonferenza, come un pezzo di arcobaleno su verdi fronde mosse dal vento. I due abitanti della villa avvertono dunque il prossimo, i possibili visitatori, che ciò che si trova nella casa non è lì dove si trovano la costruzione in muratura, gli oggetti, i corpi stessi, implicitamente un luogo immateriale, appunto quello dell’immaginazione – una scritta divenuta il titolo di una Mostra d’Arte organizzata da Yoko Ono. Si apre dunque uno spazio in cui regna il buio quasi totale, una zona che non coincide con una materialità come ha preannunciato la frase di accoglienza. Una zona oscura, adatta a simboleggiare la mente inconscia, creativa per eccellenza.  Dall’oscurità si alza quasi impercettibilmente un’ombra da terra, da dietro il pianoforte, la quale si rivela essere la donna vestita di bianco che inizia ad aprire le porte a vetro, con calma, un battente alla volta, una dopo l’altra finché la luce bianca inonda di sé lo spazio: dal buio dell’inconscio sorge la canzone di suoni e parole al chiaro introdotto dalla donna, è lei che porta la luce nel luogo. Terminato il compito di fare entrare la luce nella stanza – la White Room di Lennon a Tittenhurst Park, Ascot –, la donna si dirige verso il pianoforte sempre dando l’impressione di essere una bianca immagine senza peso e siede lieve accanto all’uomo, quasi sia personifichi una regia della creatività dell’uomo. La canzone inizia con il termine Imagine, Immagina, ciò che si collega al significato della frase di accoglienza: si è entrati nel regno dell’immaginazione, impalpabile, non dov’è la materia, non in un luogo concreto, bensì nel mondo fluttuante delle immagini difficile o impossibile da fissare se non nell’arte, nella musica, nella poesia, è lì che si entra in quella casa. E il testo poetico della canzone invita a immaginare che non ci sia nessun paradiso, nessun inferno – luoghi che sono presentati dalle leggende come reali luoghi di umana beatitudine o umana sofferenza, luoghi di premi e di punizioni divine –, nessun motivo per uccidere e per morire, nessuna religione, nessun bene materiale, nessun paese concreto, ma solo domini l’impalpabile  cielo e la pace di tutta l’umanità, come nel più bel sogno che gli umani possano fare. Tuttavia il cielo, metafora comunemente adottata per lo spirito data la sua impalpabilità e trasparenza, assenza di corpo, è nel contesto semantico della canzone anche un simbolo forse, a seconda delle credenze di ciascuno, meno splendido: coloro che non sono più vengono collocati solitamente nel cielo, metafora della spiritualità e della trascendenza sì, ma anche dell’assenza della vita. Per altro lo stesso colore bianco che prevale tanto estesamente nell’ambientazione della canzone ha agganci molto spiccati con l’assenza di vita, con la morte di cui è, tra le altre simbologie ad esso connesse, un simbolo da sempre accanto al nero pure un simbolo tra l’altro di morte, ma che tuttavia ha simbologie di potenzialità diverse da quelle intrinseche al bianco e su cui non è il caso di soffermarsi. Un cielo come luogo in cui abitano i non viventi nella fantasia dei popoli, gli angeli, gli esseri ormai solo spirituali – non divinità comunque le quali sono esplicitamente escluse dal mondo immaginato da John Lennon.

I suoni del pianoforte, ritmati da uno splendido Alan White alla batteria (Chester-le-Street UK, 1949), capace di sostenere l’anima profonda della canzone pur rimanendo soft tranne pochi sapienti e necessari interventi discretamente più energici, accompagnano suadenti assieme alla voce altrettanto discreta di John Lennon verso l’assenza di ogni cosa, come in una ninnananna che conduca il bambino ad uno speciale sonno, quello più distante dalla vita, come in un viaggio verso il nulla, piano piano, lontano dall’aggancio ad ogni concretezza esistenziale. La fratellanza universale sognata e auspicata, interpretabile come una bella utopia più o meno politicizzabile in varia direzione, comunista o di marca anarchica o qualsiasi, non cancella la più profondamente diffusa sinistra realtà del mondo immaginato, il desiderio di infinito, di dissoluzione della materia nell’infinito, di destrutturazione del corpo, un cupio dissolvi percepito inconsciamente in modo molto intenso. Il richiamo ad altri sognatori che possano unirsi all’uomo in un mondo diverso e possibile solo nell’assenza di ogni responsabilità connessa immancabilmente alle esigenze del vivere è al di là della prima apparenza quanto mai infausto, non è un richiamo ad un’attività qualsiasi positiva, non è un richiamo a nessuna rivoluzione sociopolitica, questo secondo quanto risulta dal testo musicale e poetico di John Lennon – ricordiamo che si tratta di un pezzo che ha l’effetto di una ninnananna, invita dunque al sonno e al sogno, all’immaginazione, al ritiro dal reale, non all’zione –, anche secondo quanto risulta dall’ambientazione in una tale speciale casa fatta di nulla essa stessa, come esprime la frase di accoglienza. A proposito della donna vestita di bianco, sorta quasi dal nulla e dall’oscurità e che si  muove con la leggerezza di uno spettro, essa evoca per questi particolari la straordinaria Ligeia di Edgar Allan Poe, di cui si dice nel racconto: She came and departed as a shadow, Essa veniva e dipartiva quale ombra (Mascialino 1996) quasi fosse già appartenente all’ambito degli spiriti, dei fantasmi del reale e non già alla realtà di un  essere in carne ed ossa. Il sogno  di John Lennon ha creato in questa canzone un luogo della non vita, un luogo umbratile e di ombre, un mondo dell’immaginazione appunto, della sua immaginazione. Un’immaginazione seducente  come lo sono tutte quelle che invitano al sonno più profondo e lontano dalla vita, la seduzione più pericolosa perché non si riconosce subito nella sua verità e cui ci si può pertanto abbandonare senza accorgersi di quale – arcaica – seduzione si tratti, di quale sogno estetico si tratti e di fatto la canzone è stata interpretata in chiave politica, sociale, attiva, quanto mai vitale, diversamente dal messaggio che i suoni, la voce e le parole esprimono, non da ultimo l’ambientazione della scena in una stanza che era stata il luogo della composizione della canzone da parte di Lennon.

Per finire: un’ulteriore osservazione accanto al commento critico. Una canzone che rivela un John Lennon attratto nel profondo del suo inconscio verso un mondo solo immateriale, senza segno di vita, molto verosimilmente vicina ad un presagio della fine della sua stessa vita.

Rita Mascialino

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