NON, JE NE REGRETTE RIEN DI ÉDITH PIAF

NON, JE NE REGRETTE RIEN DI ÉDITH PIAF

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Commento critico di RITA MASCIALINO

2019© Rita Mascialino - citazioni solo virgolettate esplicitando l'Autore e il titolo dello Studio

 

NON, JE NE REGRETTE RIEN, canzone composta nel 1956 da Charles Dumont con testo del poeta Michel Vaucaire, fu cantata da ÉDITH PIAF, pseudonimo di Édith Giovanna Gassion (Parigi 1915 – Grasse 1963), per la prima volta nel 1960 allo storico teatro parigino dell’Olympia, salvato dal fallimento proprio dalla performance della Piaf, artista capace con il suo canto straordinario di ammaliare il mondo intero. Nel breve commento che segue verranno messe in relazione il testo poetico, la musica e la voce della Piaf, intreccio in cui viene ad essere il significato della sua emozionalmente intensa canzone.  

Il testo, che utilizza la prima persona, parla del bilancio della propria esistenza, del senso ad essa dato secondo un giudizio esplicito nelle parole della poesia e implicito ad esse, ossia alle esperienze e alla modalità con cui sono state vissute dal punto di vista della Piaf, secondo il poeta Vaucaire.  Viene dichiarato come  tutto il passato, bello o brutto, venga buttato via o dimenticato, rimosso, dato alle fiamme, pagato anche il prezzo del dolore e della felicità, ossia viene ribadito più volte come si sia deciso di non tenere nessun conto del passato, reputando questa decisione una necessità per poter ricominciare da zero una nuova vita, diversa dalla precedente che per qualche caratteristica o per ogni caratteristica – facendo con ciò di tutte l’erbe un fascio, di quelle buone e di quelle cattive – non è considerata positiva. Dunque il poeta Vaucaire fa buttare via alla Piaf anche il bene da essa ricevuto nella vita. Il voler dimenticare i propri ricordi esprime sì il desiderio di fare totale piazza pulita del proprio passato, ma implica anche e soprattutto che si voglia fare piazza pulita dei sentimenti collegati al proprio vissuto, in quanto sono quelli che sono pesanti da sopportare e di cui ci si vuole liberare per la sofferenza che essi  comportano nel male, ma anche e forse più nel bene che nel male. Perché, vista la rapacità della vita che tutto trascina nella sua corsa inarrestabile, il ricordare il bello che si è avuto e che magari non si ha più – e che comunque si dovrà inevitabilmente perdere per sempre un  giorno – può fare più male che ricordare il negativo. Così la Piaf dichiara con le parole di Vaucaire di avere pagato il prezzo per la felicità e il suo vissuto e di volere dimenticare tutto il suo passato, bello o brutto, molto realisticamente fregandosene, come viene detto nel testo stesso: Je m’en fous du passé, canta la Piaf nel desiderio di essere forte, di non lasciarsi indebolire dai sentimenti che l’hanno sfinita e del cui fardello si vuole alleggerire. Ora si potrebbe dire che questa è l’opinione del poeta, non della Piaf, ma se la Piaf, che ha ascoltato di seguito tredici volte la canzone  prima di decidere di accettare o meno, non fosse stata d’accordo con il testo o la melodia, avrebbe rifiutato di cantarla o avrebbe senza alcuna difficoltà fatto modificare qualche parola relativa ai concetti non graditi. Al contrario, ha accettato l’intero pacchetto dopo aver riflettuto a lungo – tredici ripetizioni  della canzone hanno dato modo di introiettare testo e melodia e di sentirli o meno in sintonia con la propria sensibilità e personalità, del momento almeno.

C’è da valutare adesso  la parte giocata dalla musica di Dumont e dalla voce della Piaf. La musica  fa da sfondo al canto quasi prevalentemente un suo accompagnamento ritmico su poche tonalità e si svolge sul un passo breve che sottolinea i picchi emotivi di negazione del passato con l’aumento di intensità dei bassi. Anche la voce si gioca su pochi e sottili cambi di tonalità spesso con un vibrato lieve e suggestivo che invita a sentire la propria interiorità e suscita emozioni di tristezza, di nostalgia, ciò in direzione opposta alle parole della poesia, con le quali viene affermato di non avere più bisogno dei ricordi  di cui si vuole solo e sprezzantemente fare fuoco, perché sono diventati del tutto indifferenti e sono dimenticati. Quando la Piaf canta del fatto che ormai i suoi ricordi di amori e sofferenze d’amore e tutto il vissuto le servano solo per accendere il fuoco che li distruggerà, il vibrato della sua voce si fa più sofferto e quasi potrebbe evocare un pianto trattenuto. Le fiamme, malgrado le intenzioni dichiarate della Piaf, sono comunque qualcosa che scalda, il passato dunque, che viene buttato alle fiamme perché venga ridotto in cenere, scalda un’ultima volta il cuore di chi si vuole disfare di esso pensando di poterne fare a meno e riceve comunque nel contempo il calore della sua vampa nell’addio più drammatico. La voce carica di pathos della Piaf, intrisa di passione e in qualche attimo di più intensa commozione pervasa da una sfumatura di pianto trattenuto per aver troppo sofferto e troppo amato, va anch’essa in direzione opposta alle parole, alle dichiarazioni di forza finalizzate a far tacere i sentimenti che l’esistere reca con sé, alla volontà di non avere più ricordi dolorosi in ogni caso, di non rimpiangere nulla né di rammaricarsi di nulla nella più totale indifferenza. La voce della Piaf dice la verità della sua situazione interiore, piena di passione per la vita, per il bene e per il male che essa comporta, in totale accettazione dell’esistere. Al proposito, il contrasto tra la voce e il testo evidenzia come la decisione non venga presa con tracotanza o a cuor leggero o per aridità di cuore, ma come la decisione di farla finita con i ricordi trascorsi consegua nel profondo del cuore alla troppa sensibilità, quasi sia necessaria una sosta per riaversi dalle emozioni intensamente esperite di qualsiasi tipo, questo nella speranza o nell’illusione di poter superare sia la sofferenza per il male sia l’amore più appassionato per la vita, tanto appassionato da fare tutt’uno con la sofferenza, ciò che pare essere stato il Leitmotiv connotante la personalità di Édith Piaf.  Nella parola finale toi la canzone dà una speranza di un nuovo amore: la vita che comincia non lascia la protagonista del piccolo o grande dramma esistenziale da sola, ma la vede, pur da persona rinata, con una persona da amare nuovamente, proprio non avendo più – o sperando di non avere più – ricordi laceranti, nella dannunziana illusione della favola bella che si ripete a fasi alterne. La musica allora assume un tono quasi trionfalistico che sta però come un corpo estraneo nel contesto della canzone, come qualcosa di giustapposto, questo perché dopo tanta passione nel vero senso del termine, dopo tanto dolore, la gioia quasi solenne di un nuovo amore è come una solenne promessa di ricominciare tutto con le illusione di un tempo, è come voler dare valore a ciò di cui ci si è voluti liberare, un contrasto che nulla toglie comunque al tono generale del testo, della musica e della voce della Piaf. E se nell’ultimo verso in luogo di toi ci fosse moi, allora la canzone raggiungerebbe, forse, la totale perfezione, la protagonista del canto ricomincerebbe da se stessa una volta cancellato o distrutto il suo passato, tuttavia l’aver messo una persona altra nel finale apre comunque la possibilità positiva di un nuovo inizio coinvolgente ulteriori rapporti umani e non solo per così dire solipsisticamente la Piaf.

Una nota a conclusione: la canzone fu dedicata dalla Édith Piaf alla Legione Straniera, che ne fece un proprio punto di riferimento e questo molto opportunamente vista la necessità e la capacità da parte dei soldati arruolati di lasciarsi alle spalle il passato bello e brutto che fosse e ricominciare da zero la propria vita, ciò che lascia intravedere la qualità guerriera della Piaf stessa, quasi essa abbia sentito la vita come una lotta da combattere incessantemente.

Rita Mascialino

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