Tra i versi immortali della Vn: Tanto gentile e tanto onesta pare di Rita Mascialino

Category: Traduzioni e Interpretazioni,

Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand'ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d'umiltà vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender non la può chi no la prova;
e par che de la sua labbia si mova uno spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: “sospira”.

Il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare (Vn, XXVI), risa-lente al periodo giovanile della creatività di Dante, al dolce stil novo, su cui qui non è specifica-mente il discorso, è stato parafrasato e commentato da tutto il mondo di dantisti in ogni epoca, tutti gli studenti italiani l’hanno letto a scuola, tutti i docenti di lettere delle Superiori l’hanno spiegato in classe. Non mi occuperò pertanto del contenuto generale della lirica, mi soffermerò solo su alcuni tratti della sua semantica che mi sono parsi particolarmente interessanti e del tutto attuali malgrado i tempi diversi e i sette secoli di distanza.

Per primo mi soffermerò sul verbo parere che compare nelle due quartine e nell’ultima terzina. Gianfranco Contini1 ha parafrasato il verbo “pare” del primo verso aggiungendo l’avverbio evidentemente nel significato di appare evidentemente escludendo decisamente il significato di sembrare. Tuttavia l’apparire evidentemente non è così diverso dal sembrare e neanche dal mostrarsi: ciò che appare e che si mostra anche chiaramente, già nella filosofia degli antichi ben nota a Dante, e comunque in generale, può non coincidere con la realtà sottostante all’apparire che può essere, o è tout court diversa spesso irraggiungibile alla conoscenza dell’uomo. Per questo ciò che “appare evidentemente”, anche all’interno dei citati concetti usuali nella cultura dell’epoca – e per altro anche nelle epoche successive – “sembra”, ossia non è, o può non essere. In associazione a questo significato l’essere la donna vestita di umiltà pone l’umiltà molto chiaramente come una veste, qualcosa che sta quindi sopra a quanto sta sotto, che cela quanto sta sotto e non si sa come sia, solo si può immaginare, questo sia al tempo di Dante che in altre epoche, participio passato “vestuta” che concorda nel suo schema spaziale più profondo con la semantica propria di apparire anche nell’accezione di sembrare. Per altro l’avverbio evidentemente non sarebbe proprio consono alla modestia che connota questa donna, sembrerebbe aggiungervi dell’ostentazione di sé, ciò che risulta opposto alla presentazione di Beatrice che ne fa Dante. Comunque sia, per quanto lontane e diverse, non si tratta di epoche in cui parere avesse significato differente da quello nelle epoche successive, né l’introduzione dell’avverbio evidentemente muta lo stato di cose, ossia le parafrasi in senso esegetico volgarizzante – ossia chiarificatore in ambito semantico – di Contini non cambiano sostanzialmente la polisemia dei verbi parere e apparire, ieri e oggi. In altri termini: la spazialità originaria di parere associa inevitabilmente quella di sembrare, ciò che nella fattispecie non è mutato nella diacronia della vita di parere, termini entrambi associabili per somiglianza semantica – non esistono termini con lo stesso significato, i cosiddetti sinonimi recano sempre solo, per quanto quasi coincidenti, somiglianze semantiche. A parte dunque il fatto che anche all’epoca di Dante e negli usi stessi di Dante parere assommava in sé secondo i contesti la sfumatura semantica di sembrare, l’inserimento dell’avverbio evidentemente o chiaramente nel contesto del sonetto appare come qualcosa che non cambia il significato di parere come apparire e anche sembrare nel senso testé citato. Nel messaggio contenuto nel sonetto la compresenza del significato dell’apparire o mostrarsi nel significato di sembrare non è pertanto da escludersi. Se si volesse comunque accettare l’inserimento dell’avverbio evidentemente per chiarire il senso della frase in concordanza con Contini, esso, come accennato, mostrerebbe la sua inutilità se non inadeguatezza: “Tanto gentile e tanto onesta appare [evidentemente]/la donna mia quand’ella altrui saluta,/”. Si può in aggiunta ritenere anche che, se Dante avesse voluto escludere la sfumatura semantica del sembrare nel suo sonetto, avrebbe potuto usare un verbo diverso dal parere, un verbo dalla diversa polisemia, magari un quasi sinonimo del verbo essere. Per altro il sonetto si gioca tutto proprio sull’impressione che tale donna produce sulla sensibilità di Dante e dell’uomo dotato di nobile sentire, per fare un esempio: lo spirito soave, che pare uscire dal volto di Beatrice, sembra uscire, non esce, immagine che, se si togliesse il significato di sembrare al verbo “par”, sarebbe quasi risibile, come se dal volto della donna emanasse visibilmente uno spirito che inviti a sospirare. Contini parafrasa “labbia” non come volto, ma come fisionomia, che si riferisce sempre ai tratti del volto e all’espressione dello stesso. Anche in questo caso, che lo spirito, in un’ipàllage, esca dal volto o che esca dalla fisionomia o espressione del volto, non cambia nulla.

Lasciando ora il breve cenno sulla semantica intrinseca al verbo parere e al sostantivo labbia nel contesto del sonetto, l’aspetto di questa donna comunque invita ad amare spiritualmente e non stimola direttamente la sessualità dell’uomo che la guarda, ossia invita con il suo aspetto e comportamento umile a vivere il desiderio erotico nel suo livello più rarefatto, meno materiale in ogni senso. Emerge quindi dalla lirica come l’uomo abbia in sé non solo una disponibilità all’istintualità più concreta e materiale, ma nutra nella sua anima la disponibilità al sogno, all’immaginazione più fine di fronte, nello specifico, alla bellezza femminile. Dalla descrizione che ne fa Dante immaginiamo la donna dotata di forme appena accennate e comunque non messe in evidenza – vedi la veste di umiltà. Ciò su cui vorrei soffermarmi, è il fatto che sia essa a produrre l’impressione cui nessuno si possa sottrarre e che fa sognare l’anima dell’uomo quasi in una necessità di causa ed effetto.

Intrinseca a tale omaggio alla donna è quindi la funzione femminile in riferimento a una o l’altra reazione dell’uomo nell’ambito del rapporto fra i sessi. Si tratta di un concetto senz’altro inteso come magnificazione della donna, ma, nel contempo, come responsabilità della donna nei confronti della reazione maschile al tipo di attrazione che essa suscita in lui. Per chiarire: sarebbe l’impressione che l’uomo riceve da una bellezza di forme soavi e delicate unita ad atteggiamenti pudichi a suscitare in lui comportamenti di rispetto e di delicatezza, l’emersione di sentimenti spirituali; al contrario, considerando quanto è implicito alla descrizione di tale donna come suo opposto, l’impressione che l’uomo riceve da una bellezza di forme vistose unita ad atteggiamenti di ostentazione sul piano dell’attrazione sessuale, stimolerebbe l’emersione dell’istintualità più concreta e, per certi aspetti, anche meno delicata nell’uomo. Questa splendida presentazione dantesca della donna angelicata si presta ad un raffronto con l’attualità, ossia il suo schema più profondo è il medesimo che sta alla base della non rara colpevolizzazione della donna nelle situazioni di mancanza di rispetto e di violenza maschile nei suoi riguardi, sia dal punto di vista sessuale, sia dal punto di vista comportamentale. In un esempio forse estremo, ma atto a chiarire l’idea: quando il compagno picchia brutalmente la donna, la difesa che l’uomo in generale attua di sé è che sia essa ad averlo innervosito o offeso con il suo comportamento non consono alle aspettative di lui. Anche quando l’approccio sessuale dell’uomo giunge persino all’omicidio, è di nuovo la donna tra l’altro, secondo la difesa spesso o sempre addotta dall’uomo, ad avere provocato tale reazione maschile, magari vestita di abiti non di umiltà nel senso del sonetto, per cui in un caso o nell’altro la responsabilità della reazione maschile nei confronti della donna in ambito erotico- affettivo sembra stare sempre dalla parte della donna, sia nel dolce stil novo, esplicitamente ed implicitamente, che nel prosieguo delle epoche fino ai giorni nostri. Ancora chiarendo: la donna può avere intenzioni altre da quelle di stimolare la concreta sessualità maschile, ma se il suo apparire o apparire evidentemente o mostrarsi o sembrare stimolano tutto ciò, la colpa è sua comunque, ossia: nulla trasferisce la responsabilità delle reazioni dell’uomo all’apparire della donna all’uomo stesso, quasi l’apparenza della donna – lasciamo qui stare avverbi e differenze di lana caprina – causi uno o l’altro atteggiamento maschile nei suoi confronti, come qualcosa di cui sia meritevole o colpevole la donna a seconda per così dire, tra l’altro, del suo apparire e l’uomo sia esente da responsabilità qualsiasi nelle sue reazioni all’apparire in questione.

Non è il caso qui di giudicare se ciò sia giusto o meno, si è solo voluto evidenziare, forse in un raffronto un po’ audace, la possibile mentalità maschile verso la donna nel dolce stil novo e quella di non pochi uomini nel prosieguo del tempo fino ad oggi, una mentalità che ascrive alla donna i comportamenti maschili, positivi e negativi, nei suoi riguardi, da cui la speciale attualità dei concetti danteschi e del dolce stil novo espressi nel celeberrimo sonetto – non scevro della più antica memoria, magari inconscia, della biblica Eva.

1https://renatomastro1954.files.wordpress.com/2014/03/contini-tanto-gentile-e- tanto-onesta-pare.pdf

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