Come si diventa mostri: i genitori di Jeffrey Dahmer (West Allis, Wisconsin, 1960-Portage, Wisconsin, 1994)

di Rita Mascialino

 Non deve essere stata cosa semplice avere un figlio come Jeffrey Lionel Dahmer. Da quanto si è potuto osservare nelle fotografie e nei filmati che riguardano la fanciullezza di Jeffrey, nonché leggendo le informazioni date dal padre nel suo libro A Father’s Story, risulta con immediata evidenza che fu un bambino vivacissimo fino all’indiavolato, molto energico, un bambino che non stava mai fermo e che metteva tanta energia nei suoi giochi, un bambino difficile da tenere a bada, da inquadrare in qualche modo in più miti consigli. La vivacità nei bambini è buon segno, certo va incanalata nel positivo, va nutrita con i giusti insegnamenti per una buona salute mentale. Anche, ad esempio, quando si acquista un cane cucciolo, l’animale più vivace della cucciolata implica in genere salute fisica e agilità mentale, come pure corrispondente fatica ad addestrarlo. La lentezza non è compagna prediletta dell’intelligenza che ha bisogno di una sufficiente fluidità e plasticità sinaptica per potersi sviluppare al meglio. La capacità di astrazione, tra le altre connotazioni dell’intelligenza, si sviluppa di preferenza quando il soggetto possiede lo sguardo psichico per così dire a volo d’aquila, rapido, capace di vedere analiticamente e velocemente i particolari che contano e di vederne anche la possibile sintesi in una visione panoramica o concetto di ordine generale. Tutte qualità visibilmente possedute da Jeffrey Dahmer nella sua prima infanzia. Prometteva bene, prometteva di diventare un buon maschio capace di dare soddisfazioni a sé e agli altri. Ma forse non tutti sanno che non si possono trattare i bambini vivacissimi come se fossero uguali a quelli vivaci, ma non troppo, o addirittura a quelli non vivaci – suum cuique tribuere, come recita il diritto romano secondo Ulpiano, tributare a ciascuno il suo.

Do adesso uno scorcio della personalità di Jeffrey Dahmer per come essa emerge dall'interazione dell'educazione impartita dai genitori e le caratteristiche negative che contrassegnarono l'evolversi dei suoi comportamenti in quelli del cannibale di Milwaukee, per come ciò emerge dall'informazione data dai media e dal libro autobiografico di Lionel Dahmer, suo padre, e dalle mie riflessioni in ambito psico-pedagogico e criminologico.

Ai genitori di Jeffrey il figliolo parve del tutto normale e quindi parve giusto che fosse oggetto di cure normali, anzi, detto non con una iperbole che rende al meglio la realtà delle cose: di poche cure oltre al cibo, ai vestiti puliti, alle scarpe da ginnastica, ai quaderni, ai libri scolastici, ai giochi nel giardino e nel vicino bosco, alle passeggiate con il cane. Che Dahmer non abbia avuto nella sua fanciullezza da parte dei genitori  cure che andassero sufficientemente al di là della cura materiale della vita, che non avesse mai avuto l'ombra di un dialogo che andasse oltre le futili domande tipo "Tutto bene oggi a scuola?" con la risposta altrettanto futile "Benissimo", tutto ciò risulta inequivocabilmente dai fatti noti. I genitori non seppero evitare che il preadolescente iniziasse a bere smisuratamente, non si accorsero neanche che fosse ben presto diventato alcolizzato, né gli posero mai domande utili a fare emergere i motivi della devianza, né avviarono mai alcuna indagine delle cause del grande disagio del figlio che pure avevano messo al mondo, non si interessarono del perché avesse gravi problemi psicologici che lo avevano condotto a deviare così pesantemente dalla norma rappresentata nei ragazzini della sua età.

Gli insegnanti invece si accorsero subito che il giovanissimo Jeffrey Dahmer beveva a dismisura, specialmente per la sua età preadolescenziale, quasi ancora poco più di un fanciullo ed avvertirono più volte i genitori tuttavia senza esiti positivi al di là di qualche predica inutile. Anche i compagni tutti se ne accorsero. E cominciarono a prendere in giro il disgraziatissimo Jeffrey in ogni modo per la sua inadeguatezza, la sua diversità. Gli insegnanti avvertirono reiteratamente i familiari, ma questi nulla riuscirono a fare per impedire che il figlio, a parte qualche promessa di astinenza e breve periodi di astinenza, continuasse a bere forsennatamente. È certo anche, coem anticipato, che nulla mai fecero per capire in profondità come mai il loro figlio bevesse tanto alla sua età. Neanche l’omosessualità del figlio cresciuta e vissuta in solitudine, senza una parola di aiuto, neanche quell’omosessualità dunque che contribuì all'epoca a renderlo ridicolo tra i compagni, fu mai percepita o affrontata dal padre e dalla madre, le persone preposte dalla natura e dalla società all’educazione primaria e fondamentale dei figli, alla formazione della personalità, quella personalità con cui i figli entrano a far parte della società, quella personalità con cui dovranno vivere il resto della loro vita.

I genitori ben poco conoscevano del loro figlio, della sua personalità, non avendo mai dialogato con lui, non avevano mai visto niente di grave o di foriero di cose gravi per cui intervenire informandosi, approfondendo, prevenendo, curando. Il figlio aveva dato loro con la sua presenza la patente di persone socialmente realizzate, padri e madri di famiglia, membri a pieno titolo della società come lo sono appunto le persone nel ruolo di coniugi e genitori, ma essi non ricambiarono questo onorando la loro funzione genitoriale al meglio e comunque come avevano il dovere di onorare. La personalità di Jeffrey evolse in perfetta solitudine, senza nessuna guida che potesse dirsi tale, senza nessun occhio attento su di lui, sui suoi comportamenti. Certo, a cose fatte, tardi, quando la rovina si era ormai preannunciata ed annunciata, non mancarono le poche prediche, inutili prediche inefficaci  quanto a poter cambiare qualcosa concretamente riguardo alla personalità fuori dalla norma di Jeffrey che divenne, sempre in tutta solitudine, l'assassino seriale noto in seguito come il cannibale di Milwakee, indisturbatamente, senza che nessuno dei genitori si accorgesse mai di niente, intervenisse per capire, risanare, evitare, per educare, addestrare alla vita nel modo positivo, affinché il figlio fosse di giovamento a sé e agli altri, per la sua vita e per quella degli altri, individualmente e socialmente. Nessuno dunque si occupò di lui al di là di cure materiali e di qualche predica, di qualche rimprovero per i risultati scadenti a scuola o altro di simile. Il fanciullo ed il ragazzo furono lasciati soli ad imitare spiacevoli comportamenti genitoriali fraintesi, non approfonditi, non spiegati, a sviluppare comportamenti anomali che vennero dai genitori ritenuti del tutto normali. Pur andando male a scuola, già da tempo alcolizzato, già da tempo in preda ad abitudini inquietanti, già da tempo omosessuale, diverso dagli altri, venne lasciato solo nella casa di Milwaukee all’età di diciassette-diciotto anni. I genitori avevano divorziato e l’avevano scaricato anche materialmente, senza nessuna preoccupazione per il figlio così sbandato già da anni e strano dalla fanciullezza. Anche le difficoltà avute con lo sviluppo del sesso – Dahmer fu operato agli organi genitali in giovanissima età e dovette temere molto per il suo disturbo come pure ebbe molte sofferenze e per la malattia e per l’operazione e per le temute conseguenze di una possibile impotenza –, anche in questo frangente dunque fu lasciato psicologicamente solo a superare il fatto che evidentemente non superò troppo bene.

In altri termini: Lionel Dahmer, suo padre, per non parlare della madre Joyce del tutto inconsistente nell’educazione del figlio tranne che in senso negativo, come assenza e come esempio di labilità nervosa, non si interessò di dare risposte alle richieste educative del bambino tanto vivace e dinamico, richieste che egli non seppe estrarre dall'implicito nel comportamento del figlio, così che non lo seguì per nulla tranne che in età un po’ più avanzata, quando gli diede qualche breve informazione relativa alla chimica nel proprio laboratorio in cui egli andava giornalmente. Tali insegnamenti che non durarono a lungo diedero comunque qualche frutto – nulla di ciò che viene insegnato rimane inefficace a qualche livello secondo il tipo di insegnamento elargito - e di fatto Jeffrey uccise le sue vittime facendo anche esperimenti chimici su di esse e da vive e da morte. In ogni caso: il fatto che il padre avesse portato il figlio nel suo laboratorio di chimica per invogliarlo ad interessarsi costruttivamente alla chimica e che il figlio non si interessasse più di tanto alla disciplina, testimonia di come ormai fosse tardi per far cambiare personalità al figlio e come il padre non fosse in grado di interessare il figlio in maniera costruttiva. Non sappiamo che cosa abbia mai detto o mostrato il padre per interessare il figlio, certo non fu nulla che lasciò un'impronta costruttiva nella personalità di quest’ultimo, nel suo cervello. Ciò, senza voler colpevolizzare nessuno a buon mercato, dimostra tuttavia di per sé come l'insegnamento in ambito chimico da parte del padre sia stato un insegnamento meramente pratico, tecnico, privo dell'orizzonte necessario a dare qualche traccia formativa in qualche modo positiva nella personalità, magari sviluppando una passione per la scienza o altro di simile e di buono. Il padre, che gli aveva fatto mancare la propria figura come modello positivo e sostegno per crescere bene, per sviluppare una personalità capace di reggere alle intemperie della vita - come si evince non solo dalla personalità sviluppata dal figlio, ma anche leggendo il suo libro sopra citato -, lasciò sempre che il figlio degenerasse in solitudine, fino a che questo diventò, da vivacissimo quale era in origine, ben presto addirittura statico, timido, pieno di problemi di cui nessuno a casa sua si accorse mai, che nessuno conseguentemente approfondì nelle cause a monte di un cambiamento così radicale. Come fecero mai a non accorgersi di chi avevano in casa, sotto i loro occhi? La risposta è semplice e non può essere diversa: non si erano mai interessati di chi avevano in casa, sotto i loro occhi, avevano fallito in peino la loro funzione genitoriale, i loro doveri educativi e formativi.

Jeffrey Dahmer si trovò in una condizione di disperata e devastante solitudine già dalla prima fanciullezza ad affrontare problemi che potevano, se non essere risolti,  venire incanalati verso il positivo a vantaggio suo e della società. Mentre lui stava lentamente rovinandosi e diventando una sventura per sé e per gli altri, il padre si interessava a farsi una posizione grazie alla quale avrebbe aumentato la propria autostima - le cui basi erano state fondate da suo padre, dall'educazione assidua fornitagli da suo padre che si accorse dell'inferiorità di suo figlio rispetto agli altri ragazzi e delle sue tendenze fuori dalle regole e vi pose rimedio con l'educazione che gli impartì. Certo, la carriera avrebbe favorito il tenore di vita della sua famiglia, ma il motivo principale, non unico certo, rimane quello di aver voluto accrescere la propria autostima anche attraverso la posizione economica e di carriera. Allo scopo continuava a studiare chimica per ottenere il PhD come di fatto ottenne, impegnandosi tutto il giorno, non interessandosi ad altro, almeno prevalentemente. Al contrario, Jeffrey Dahmer poteva avere tutti gli insuccessi che voleva a scuola, davanti a tutti gli altri compagni, poteva crescere nella completa disistima di se stesso, poteva essere molto diverso dal padre, brava persona, intelligente, ineccepibile socialmente, che aveva avuto la sfortuna di avere un figlio ubriacone, incapace di successo scolastico, di qualsiasi cosa, appunto un padre sfortunato con il figlio, come ce n’erano e ce ne sono tanti, esattamente come lui, come recita il luogo comune tra i più infausti: con i figli si aveva e si ha fortuna o sfortuna, i genitori non c’entravano e non c'entrano niente o c'entravano e c'entrano poco, ciò nell’alibi che i genitori come Lionel Dahmer si danno relativamente al fallimento dei propri figli, un alibi che non regge alla più lieve analisi e che li smaschera come colpevoli di reato grave, quello che sta a monte della rovina della vita dei loro figli.

Il padre di Jeffrey Dahmer si mostrò oltremodo sorpreso della vita terrificante che conduceva suo figlio quando gliene fu data comunicazione dalla Polizia. E questa è la prova più esplicita della sua colpa grave: il sorprendersi, il non avere mai sospettato nulla con tutta la mole di sintomi e di evidenze offerte dal comportamento del figlio, dai tratti della sua personalità in formazione, dall'aspetto estetico addirittura inquietante del figlio che rifletteva la vita psichica infernale che Jeffrey Dahmer albergava dentro di sé, nella sua mente. Soprattutto la postura rigida e simile ad una macchina che aspetta di avere l'input per scattare aggressivamente, soprattutto la sua postura di base da rettile predatore era evidente ad occhio nudo, non a quello dei genitori comunque. La sorpresa del padre, frutto del disinteresse per il figlio, prova l’inadeguatezza della sua figura paterna. Il fatto che non avesse mai visto niente, che non avesse mai saputo niente, che si sorprendesse e che non avessa mai neppure sospettato niente, invece di dimostrare la sua innocenza, spezza una lancia fatale a favore della sua colpevolezza, la culpa in educando prevista nel Codice Civile italiano, art. 2048, l'obbligo non solo di provvedere all'istruzione scolastica per i figli, ma quello di provvedere all'educazione e formazione dei loro figli previsto dall'art. 30 della Costituzione italiana e dai vari articoli del Codice Penale.

Nel suo libro A Father Story, scritto prima che il figlio fosse ucciso a sprangate da un detenuto del Columbia Correction Institute, Portage, Wisconsin, dove scontava il carcere a vita, Lionel Dahmer cerca di fare un’analisi dandosi la colpa di non avere capito come stessero le cose con suo figlio, ma in questa autoaccusa egli si presenta come Alice nel paese delle meraviglie, come si presentano tanti genitori di figli mal riusciti. E Lionel Dahmer non era né è Alice, ma è una persona che ha avuto un padre diverso da come lui è stato per suo figlio Jeffrey. Anche Lionel, il padre di Jeffrey Dahmer, aveva avuto una serie di grossi problemi, tra cui non ultimo la difficoltà nel comprendere le materie scolastiche, la lentezza nel comprendere, l’inferiorità in generale rispetto agli altri bambini, agli altri ragazzi, per altro come suo figlio Jeffrey. Il padre di Jeffrey Dahmer aveva presto cominciato a diventare piromane - preambolo probabile di evoluzioni peggiori come è noto - appiccando il fuoco al garage ed aveva anche cominciato a costruire bombe, ma suo padre non lo abbandonò a se stesso, al contrario gli fece lunghe lezioni teorico-pratiche, non inutili prediche, sui pericoli del fuoco e riuscì a convincerlo a desistere. Gli fece anche prendere infinite lezioni private perché potesse mettersi alla pari con gli altri compagni. Riuscì nell’intento in quanto perseverò a lungo nel seguire il figlio non proprio naturalmente intelligente. Non lo lasciò da solo di fronte al proprio fallimento rispetto ai compagni più intelligenti, più svegli. Lionel Dahmer nel suo libro dice che anche suo padre nulla seppe mai delle sue terribili fantasie, ma che lui non degenerò, diversamente da quanto accadde a suo figlio Jeffrey. Certo, nessuno può conoscere i pensieri che gli altri hanno nel segreto della loro mente, non occorre che ce lo dica il padre di Jeffrey Dahmer nel suo libro, ma a ciò che era manifesto della personalità di Lionel, la sua scarsa intelligenza e la sua speciale relazione con il fuoco e le bombe, a ciò fu data tanta attenzione da parte di suo padre che aveva capito chi fosse il figlio e furono prese le misure necessarie e vincenti, misure che si protrassero in tempi lunghi, non si esaurirono nei brevi minuti di qualche sciocco discorsetto-alibi. Devo affermare che il libro di Lionel Dahmer, in cui l’autore presenta come una sua colpa il non aver capito forse la pericolosità di alcuni tratti della persoanlità del figlio, non riesce a convincere. Il fatto che affermi che anche suo padre dunque non era a conoscenza delle sue fantasie, ma che lui, Lionel, non degenerò perché, pare voglia affermare, non era degenerato all’origine, non depone a vantaggio della verità dei suoi rimorsi verso Jeffrey. Può darsi che sia così come dice Lionel, ma resta il dato di fatto incacellabile che il padre gli aveva speso tanto tempo e tanti denari attorno affinché lui non degenerasse e questi denari e soprattutto questo tempo non vennero spesi da Lionel per suo figlio Jeffrey in nessuna misura che potesse essere di qualche utilità. Nel suo libro Lionel Dahmer vuol far ritenere qui e là e soprattutto nel finale che nel caso di suo figlio si sia trattato di genetica ed ereditarietà. Anche ammessa una speciale genetica ed ereditarietà, la mancata educazione da parte del padre e della madre è stata  il fattore determinante e scatenante della rovina del figlio.

Tra l’altro, per fare solo uno tra i tanti esempi possibili presenti nel testo, Lionel Dahmer si chiede nel suo libro come fosse stato possibile che potesse rimanergli nascosto il fatto che Jeffrey avesse un altare satanico e simili a casa sua. La risposta è sempre semplice: bastava che fosse andato a vedere come viveva il figlio perché nulla di ciò gli restasse nascosto. Ma Lionel non andò mai a vedere niente, per cui è chiaro che gli dovesse restasse ignoto il modus vivendi di suo figlio. O magari è colpa del figlio il non avergli detto che aveva gli altari satanici e simili, il non averlo portato a vederli? L'averglielo nascosto?

Dopo che il padre aveva ormai divorziato dalla madre Joyce, questa, che  era rimasta nella casa assieme a Jeffrey e all’altro figlio più piccolo Dave, decide di lasciare anch’essa quella casa portando con sé solo il figlio piccolo. Jeffrey,  già alcolizzato da anni, resta a vivere da solo, in balìa della propria incapacità e insufficienza, della propria personalità mal strutturata, poco strutturata. Intensifica addirittura il bere, compie atti che lo condurranno in carcere per ubriachezza e comportamenti molesti, compie atti osceni in luogo pubblico, ormai la via per lui è segnata. Quando poco dopo lo trasferiranno dalla nonna, a West Allis, ruberà un manichino maschio da un supermercato e lo terrà nascosto presso di sé, ciò che prelude esplicitamente al suo desiderio di avere presso di sé persone, specificamente maschi, spe cificamente senza vita, inerti, morti, in suo totale potere come il manichino simile ad un corpo senza vita, il solo con cui potesse entrare in comunicazione unilaterale, la sola possibile a Jeffrey Dahmer, incapace di comunicare, privo di quella risonanza dei sentimenti che non gli era stata insegnata da nessuno a casa sua. In ogni caso il manichino non restò sconosciuto alla nonna che, diversa da suo figlio Lionel, controllò e vide lo strano oggetto spaventandosi immediatamente così che ne informò subito il padre Lionel e la sua nuova compagna, Shari, ossia diede subito l'allarme. Sia la nonna che Shari si preoccuparono per la cosa strana, inquietante. Ma il padre, bravo in chimnica, continuò a non capire niente in fatto di figli che pure aveva avoluto avere, al padre dunque la cosa sembrò non troppo preoccupante e non inquietante, solo una piccola stranezza del figliolo, una delle tante che secondo lui i giovani possono avere, qualcosa senza significato. Ma nulla del comportamento umano è senza significato e la nonna aveva avuto ragione a preoccuparsi immediatamente alla scoperta del manichino, alla sua presenza sinistra. Il padre chiese ragione al figlio del perché avesse rubato quel manichino e disse che il furto era un reato, ciò che era noto anche al figlio visto che aveva rubato il manichino lui stesso in prima persona, poi si accontentò dell’assurda spiegazione data dal figlio: aveva voluto vedere se riusciva a compiere il furto. Ma, avrebbe dovuto chiedersi il padre, avrebbe potuto rubare qualcos’altro, come mai rubò il manichino? Ricordiamo qui che quando Jeffrey Dahmer fu arrestato nel suo appartamento, un intero scheletro umano fu trovato nel suo bagno, il macabro parallelo al manichino conservato nel suo bagno da ragazzo. Proprio a casa della nonna Jeffrey Dahmer inizierà la sua carriera di serial killer orribilmente necrofilo e cannibale, capace di sopportare il tremendo odore di putredine e la vista dei pezzi di corpi lasciati marcire nel sotterraneo, capace di mangiare quei corpi. Fino a che dovette andarsene anche dalla casa della nonna che non sopportava più manichini, puzze orrende e comportamenti oltremodo strani ed inquietanti, così che essa e per l’età e per il fatto che Jeffrey era ormai formato in un certo modo che non poteva essere mutato facilmente e per il fatto che non aveva sul nipote l’autorità che avrebbe potuto avere un padre, lo fece andare via da casa sua. Così Jeffrey Dahmer fu scaricato anche dalla nonna che pure gli voleva bene verosimilmente anche in quanto aveva da sempre capito la sua tragedia di ragazzo abbandonato a se stesso.  Andò a vivere da solo e ciò sembrò addirittura positivo a Lionel, al padre, come se la vita da solo potesse dargli quel senso di responsabilità che i genitori non gli avevano mai insegnato, potesse cambiare la sua personalità, i percorsi fondamentali del suo cervello, così, per miracolo, per magia, potesse dargli quell'educazione che né  lui né la moglie gli avevano dato.

Nelle prime pagine del suo libro, che funge assieme alle notizie diffuse attraverso i media da base informativa per le notizie qui riportate, Lionel Dahmer afferma che ci fu qualcosa che mancò dall'inizio a suo figlio, da sempre, qualcosa da ascriversi dunque alla genetica: la mancaza di quella parte che avrebbe dovuto gridare "fermati" (28)  di fronte alle azioni terribili che invece il figlio fece senza fermarsi. Ebbene, quell'ordine di fermarsi non deriva dalla genetica, è, per usare un termine freudiano, il Super-Ego, è frutto di quei circuiti cerebrali che soprattutto, anche se non solo, proprio i padri producono nei figli e che riguardano la disciplina, il senso del dovere, la paura della trasgressione,  la differenza tra il bene e il male in senso sociale e individuale, in una parola: l'area della moralità di una persona. Questi circuiti vanno formati e addestrati, non si formano da soli, come si aspettava suo padre e come si aspettano tanti padri che in questa ttesa di maturazione dei loro figli disattendono il loro dovere di educatori. E certo non si potevano formare per imitazione dei comportamenti di un padre che si disinteressava di suo figlio in maniera massiccia. Questo addestramento è una parte dell'educazione che va impartita ai figli, molto puntualmente e attentamente, nei modi giusti, affinché divenga stabile comportamento positivo, capace di reggere a qualsiasi spinta verso il deragliamento.

Questo, senza voler qui andare oltre, dice di per sé, appunto senza aggiungere altro – e di molto altro ce ne sarebbe da aggiungere – come una mancata educazione familiare adeguata del bambino Jeffrey Dahmer, dal forte potenziale intellettivo come evidenziano la sua vivacità e curiosità per il mondo nella sua prima infanzia, ossia come il mancato incanalamento del suo potenziale cerebrale in alvei costruttivi ed intellettivi da parte dei genitori abbia spento la sua vivacità, la sua voglia di conoscere il mondo rimaste senza risposte da parte dei genitori e ne abbia fatto il cannibale di Milwaukee, amante dei corpi senza vita psichica né fisica, come era diventato il suo, un corpo nel quale non vi era la vita dei sentimenti, non vi erano reazioni di tipo morale, intellettuale, un corpo vuoto come un tamburo ed in cui vi era solo la volontà di stare con i morti con i quali aveva una affinità: il silenzio di tutto ciò che fa della vita una battaglia da combattere per il bello che può dare. Per concludere: sono i genitori che devono insegnare ai figli a combattere tale battaglia, sono loro che devono insegnare ai figli in primo luogo la gioia di vivere nel modo migliore.  E il libro di Lionel Dahmer, tentativo di alleggerire la colpa da parte del padre attraverso una pseudocolpevolizzazione di sé atta in ogni caso a trovargli tanti amici nel mondo dei genitori di altri figli più o meno tragicamente falliti, serve solo ad evidenziare in quale tipo di vuoto educativo Jeffrey Dahmer si sia formato, abbia vissuto.

                                                                                                                                RM