"Il dovere e la giustizia"

Silloge di venti racconti Il Dovere e la giustizia

(2018 Cleup Editrice Università di Padova, pp. 164)

 

p.19

"(...) Era entrato armato di pistola della casa dall'ingresso principale per requisire possibili denari e cibo e mai credendo di trovare una SS ai piani superiori, né sospettando che ci fosse dalla parte del cortile un soldato tedesco di guardia. Non proferì mai una sola parola, restò muto, conscio di essere nella peggiore trappola, se la SS che lo teneva sotto tiro sulla scala lo avesse per assurdo anche dovuto mancare, sarebbe stato immediatamente freddato dall'altro che stava in agguato nel retro, ma il tedesco non lo avrebbe mancato, questa era certo. Non fu ucciso, almeno non al momento, venne fatto prigioniero e buttato nella camionetta come un rottame, una dura e secca pezza sporca  di grasso di motore in bocca perché non potesse gridare, le mani legate dietro la schiena con filo di ferro, anche i piedi assicurati nello stesso modo: Era destinato nelle probabili intenzioni delle due SS a fungere da ostaggio (...) e comunque, se la buona sorte li avesse baciati nel loro viaggio, ad aumentare il numero dei disgraziati internati ad Auschwitz-Birkenau, le speranze di vita per lui apparivano in ogni caso scarse (...)"

p.20

"(...) Sentivano il dovere di continuare a servire la patria là dove stava, anche nella rovina ormai di tutto. forse erano originari di una stessa città, di un o stesso villaggio. Li spingeva disperatamente la grande nostalgia di rivedere ancora una volta la Germania, diventata desolazione e macerie né più e né meno e ormai forse più di quell'inferno che essa aveva portato a tanta umanità in un delirio di grandezza e di rivincita sull'umiliazione subita in passato. Volevano rivederla e combattere ancora accolti entro il suo suolo così da potervi avere una possibile tomba. Era la loro casa tedesca, la patria dei fulgidi e tragici eroi della germanicità guerriera di cui avevano appreso a scuola le grandi gesta di coraggio, onore e fedeltà che tanto li avevano ammaliati in un incantesimo dal quale continuavano ad essere soggiogati, eroi che alla fine della loro battaglia si gettavano nella mischia per morire comunque da valorosi. Quella casa in cui forse una madre ancora li attendeva, forte, resistendo come la patria con tutto il suo spirito, tenuta in vita dal desiderio di rivedere il figlio per vivere o morire con lui, quel figlio simbolo di una grandezza ormai abbattuta, ma ricordo vivente del potente sogno. Era il gennaio del 1945, freddo e ventoso come sempre nell'estremo Nord-Est (...)"

p. 29:

“(...) Silvana aveva avuto una sorte particolare sin dalla nascita, una sorte irta di difficoltà non da poco. Era nata affetta da salmonellosi, malattia che all’epoca non lasciava scampo e di fatto, a poche settimane di vita, era morta, come il medico aveva dovuto constatare tra la mestizia generale. In casa di Dario e Gianna si stava approntando il piccolo funerale. Dal piano alto della casa, dove stava la stanza degli sposi, si vedevano in lontananza le cime dei numerosi e cupi cipressi del cimitero di Udine dedicato a San Vito. Era questo un santo di cui la leggenda narrava che avesse ricomposto i resti di un bambino sbranato dai cani e avesse ridato loro vita facendo risorgere il piccolo, come i fedeli credevano avvenisse alla fine dei tempi nel giorno del Giudizio Universale, dove carne e ossa degli umani trasformate in polvere e roccia, terra, sarebbero state ricomposte da Dio e avrebbero riavuto vita, un simbolo opportuno per il luogo, interpretava la morte come una violenza e la rinascita come un miracolo (…) Durante la guerra le tombe erano state tenute come sempre pulite, con qualche fiore che tuttavia aveva il tempo di diventare secco. Dopo i tempi cupi, quando la vita ricominciò con il passo consueto, i morti furono onorati come voleva l’usanza locale, con la massima cura, senza che passasse settimana nel riordino dei fiori e del suolo da parte dei parenti e degli amici dei defunti e il cimitero rifiorì al meglio per tale culto, grande nei friulani. Nella ricorrenza annuale si riunivano venendo da ogni parte d’Italia e del mondo, fedeli al ricordo e al rispetto dei cari, della loro gente, una cura che parlava dei loro sentimenti più di qualsiasi parola, parole di cui i friulani erano da sempre molto parchi, un popolo capace di tenere a freno il cuore per temprarlo alla necessità e alla durezza sin da tempi molto antichi, per una sorta di timidezza, di paura quasi di lasciarsi andare alla dolcezza e con di indebolirsi (…)”

p.95

"(...) Nel loro soggiorno le sedie imbottite comprate ancora nella loro età giovanile rimasero sempre, per tutta la loro vita, ricoperte del nylon che stava sull'imbottitura all'acquisto. Non amavano il bello, non amavano viaggiare, vivere nel più vasto mondo degli umani, vedere come gli altri se la godessero magari questo perché non si consumassero, ma solo si accontentavano di vivere nel mondo della propria cucina, dell'uso degli oggetti per la sopravvivenza, del contare i soldi. Un modo semplice di vivere, si poteva pensare, ma si trattava di un inganno. In realtà la semplicità era snaturata in grettezza, non erano persone semplici, non potevano essere tali, mancava al loro cuore la generosità necessaria per poterlo essere. Semplice era Silvana. In lei la semplicità non si era snaturata, bensì si era instaurata grazie alla presenza della generosità, della maggiore ampiezza di vedute, dell'accoglienza, pur prudente, degli altri nel proprio mondo (...)"

p.99-100:

“(…) Malgrado i pochi denari guadagnati al soldo delle vedrane Silvana riusciva anche a risparmiare. Aveva acquistato a ventisette anni, di nascosto da tutti i suoi familiari, a un prezzo buono, un ettaro e mezzo di terreno collinoso in quel di Molinis nello splendido tarcentino friulano. La vista era stupenda, da un lato le catene montuose del Friuli come stessero a portata di mano, azzurre all’orizzonte, dall’altro la più fitta natura boschiva verde intenso, di notte anche le luci di Udine in una vicina lontananza. All’ingresso del podere stava un vecchio cuargnolâr, un vecchio corniolo molto rigoglioso, che rendeva subito riconoscibile la proprietà di cui appariva a guardia. Cominciò a costruirvi una casa dotata di taverna e mansarda abitabile, voleva vivere lì un giorno assieme al figlio cui sarebbe spettato il piano rialzato, mentre a lei la mansarda. Costruì da sola. Fu aiutata solo e necessariamente per scavare le fondamenta, gettare le colonne portanti e posizionare il tetto, azioni per le quali erano indispensabili appositi macchinari e dove ci fu un uomo con lei che non credeva ai suoi occhi quando seppe che avrebbe fatto tutto il resto da sé, con le sue sole forze giocate in perfetta solitudine. L’uomo fu sbalordito per una tale impresa e anche per le conoscenze tecniche in ambito di edilizia in possesso di Silvana. Per il resto la costruzione fu appunto interamente opera sua, in anni di lavoro, a notte tarda poiché di giorno lavorava in libreria e in campagna, con una lampadina appesa a un filo che Silvana si trasportava dove ne avesse bisogno per vedere che cosa facesse (…) Lì, a Molinis, andò ad abitare con il figlio quando esistevano solo lo scantinato, le colonne portanti e il tetto. Era stata cacciata di casa dalle sorelle e dal padre che condivideva l’antica e particolare durezza dei friulani, contrassegno di questo popolo di così poche parole, triste di fondo e con una visione del mondo che non contemplava l’espressione dei sentimenti più cari, così che quasi non sembrava che ci fossero quei sentimenti (…)”