È mancata nella notte SILVANA MARINI, la grande protagonista dei racconti a struttura romanzesca di Rita Mascialino "Il dovere e la giustizia" (Cleup Editrice Università di Padova 2018). SILVANA MARINI, avrebbe compiuto 78 anni fra una settimana, il 27 febbraio di quest'anno 2020. Dopo una vita onorata di lavoro e di sacrificio e dopo una più che strenua battaglia e resistenza durata nove anni ha dovuto cedere le armi di fronte al nemico imbattibile.

INTERVISTA concessa da SILVANA MARINI all'Autrice del libro Il dovere e la giustizia:

 

Intervista alla protagonista

 

D.: Signora, so che Lei non ama molto parlare di sé e che non è una chiacchierona, so che condivide la caratteristica di base del popolo friulano, quella di tacere per il possibile. La ringrazio quindi molto di avere accettato di sottoporsi ad un’Intervista sulla Sua vita. Cominciamo con una prima domanda di ordine generale. Che cosa pensa della Sua vita spesa all’insegna del senso del dovere e della giustizia al di là di quanto può essere una normale richiesta, proprio nella nostra epoca dove il dovere viene spacciato dai furbi o dai furbetti per qualcosa di ridicolo, qualcosa per persone sciocche e dove la Giustizia stessa lascia spesso molto a desiderare?

 

R.: Io, mi scusi, i furbetti li voglio più esattamente chiamare con il loro nome: parassiti. Quanto alla mia vita spesa all’insegna del senso del dovere, è stata una mia scelta, nessuno mi ha costretta, potevo anche decidere diversamente, si può sempre decidere diversamente per come la penso io. Mio padre pretendeva da me l’impossibile, io però sceglievo di dargli retta, avrei anche potuto ribellarmi, avevo la possibilità di non obbedire, non mi mancava il coraggio per andarmene. La decisione non è venuta tanto dalla mente, da un ragionamento qualsiasi, ma dal profondo del cuore, o posso dire che le circostanze mi hanno aiutato a scegliere di vivere secondo il principio del dovere e della giustizia che mi hanno sorretto in tutta la mia esistenza; penso di averla spesa bene la mia vita per gli altri e di conseguenza anche per me. Un esempio per me è stato forte tra gli altri, quello dei nonni, soprattutto della mia nonna paterna, donna eccezionale, tenace e positiva malgrado le vicissitudini, la salute precaria dovuta ai tanti figli, una donna indomita e tutta d’un pezzo, un vero modello di virtù.

 

D.: In che senso un esempio?

 

R.: Nel senso che la vicinanza per anni a persone tanto in gamba nella costruzione positiva della loro famiglia ha contri­buito a consolidare buoni principi nella mia personalità. Una nonna aveva alto il senso del dovere, l’altra, oltre a questo, aveva un’umanità molto radicata anche nei sentimenti della bontà come si vedeva anche dall’aspetto, sempre sorridente, una vecchietta carina. Quando mia nonna Rosalia morì, il suo corpo venne conservato due giorni in più per permettere la partecipazione al suo funerale a tutti quelli che erano stati beneficati da lei e che erano rimasti in contatto con lei per riconoscenza. Vennero da tutte le parti del mondo ad accompagnarla nell’ultimo viaggio. Questa era mia nonna Rosalia.

D.: Il successo significa in linea di massima denaro, potere, fama. Che cosa significa per Lei il successo al di là degli stereotipi?

R.: Essere accettati e accolti dalla società come persone positive, essere in pace con se stessi, con la propria coscienza. Questo non significa, non significa per niente essere permissivi o remissivi o deboli o lasciarsi vivere passivamente, o farsi andare bene tutto o, come si dice nel sinonimo ironico di buono in friulano, essere un mone, significa solo cercare di stare nel giusto secondo i propri giusti diritti. E soprattutto significa poter portare la propria faccia in giro senza doversene vergognare.

D.: Lei pensa che le persone per così dire con un termine sintetico: negative, siano persone in grado di vergognarsi? O forse non gliene importa niente e sono felici di vivere a spalle degli altri?

R.: Io credo che in cuor loro si vergognino, altrimenti non invidierebbero tanto quelli che sono meglio di loro e magari pen­serebbero invece a emularli, a fare anche loro il meglio invece di odiarli. Il livore che li contraddistingue dice che si vergognano di essere come sono. Ma forse, forse io giudico con il mio metro, forse non capiscono niente e sono contenti di invidiare gli altri, di  rodersi dentro dall’invidia, di essere contenti quando le cose vanno male a chi vive dando il meglio, forse sono contenti di agire per il male degli altri. Magari tirano fuori la storiella che tanto è inutile fare e fare perché si muore lo stesso, ma appunto quello che conta non è la morte che attende tutti nello stesso modo, ma la vita e allora diventa importante come spenderla e l’invidia è uno dei modi peggiori. In ogni caso, anche se queste persone non si vergognano, gli altri vedono come stanno le cose, nessuno è invisibile, non è che non vergognandosi la loro personalità cambia, rimane la stessa e anzi si rafforza sempre più nel negativo. Così la penso. L’invidia, la rabbia verso chi è comunque considerato migliore non dà una bella cera. Vede, non è che se uno è migliore di un altro lo è per grazia ricevuta, il positivo non è gratis nella vita, bisogna conquistarselo e l’invidia secondo me è proprio uno dei grossi problemi di non poca umanità, è la base di tante ulteriori gravi negatività.

 

D.: Che cosa Le piace di più e che cosa Le piace di meno della sua vita trascorsa e attuale?

 

R.: Più di tutto mi piace aver voluto affrontare e voler affrontare anche adesso i problemi con coraggio, tenacia e senza prepotenza, restando nell’onesto, mi piace meno aver dovuto vedere e vedere anche adesso la cattiveria e l’invidia di una parte del prossimo, che altro non fa, mi scusi se mi ripeto, che invidiare chi lavora e sparge la sua negatività ovunque, facendo il minimo o anche meno di quello e vuole solo danneggiare gli altri, la società, chi lavora, secondo me i cattivi non sanno quanto perdono a non essere buoni.

D.: Se potesse ricominciare da zero, che cosa sceglierebbe di fare?

 

R.: Sceglierei di fare il medico ricercatore, mi piace scoprire le connessioni tra i sintomi, le cause delle malattie, ho anche molta pazienza con le persone che stanno male. Anche fare l’avvocato mi sarebbe piaciuto, però mi sarebbe piaciuto difendere solo gli onesti, non i corrotti, i delinquenti, mentre gli avvocati difendono in genere chiunque, hanno la capacità di difendere i colpevoli, ciò che io non avrei potuto avere.

 

D.: La semplicità è una qualità che connota il Suo modo di vivere da sempre. Che cosa ne dice della voglia irrefrenabile di apparire che tanta parte di umanità mostra di avere nonché ha sempre dimostrato di avere secondo le possibilità?

 

R.: Guardi, anche a me piace avere una bella immagine di me, a tutti piace avere una bella immagine di sé nella società, nella visione degli altri e magari uno cerca di apparire elegante, forte, alla moda come i grandi personaggi della nostra epoca nell’illusione di poter essere anche grande come tenta di apparire. Anche a me piaceva e piace appunto avere una bella immagine di me, non sono un’ec­cezione in questo, ma non come apparenza devo precisare, come mia identità secondo la mia personalità che è quello che conta di più, almeno così la penso io. C’è una bellezza anche nella fatica, c’è un’immagine bella anche nello sforzo, magari non appare agli occhi di tutti, ma c’è comunque un’immagine positiva nello sforzo, nelle capacità che derivano dallo sforzo, non so se mi spiego.

 

D.: Certo, si è spiegata benissimo. Sia quando aveva libreria, sia ora dopo anni di gestione personale del Suo Bar, Lei non ha mai cessato di avere un rapporto quotidiano con studenti di tutto il Friuli, regione dove tutti La conoscono, detto senza esagerazione. Come vede Lei i giovani di oggi rispetto a quelli di ieri? Molto verosimilmente sono cambiati come è giusto che avvenga nel succedersi delle generazioni e del progresso a ciò inerente. In che cosa eventualmente sono diversi da quelli di una volta?

 

R.: Mi piacciono i giovani e ho una bella relazione con loro, ma mi piacciono solo quelli che sanno fare il loro dovere, devo insistere su questo, io sono fatta così. Qui sono severa nel giudizio, non mi piacciono i prepotenti, quelli che pretendono tutto dai genitori, dagli altri, dalla società e non fanno niente di buono, ma solo tirano calci come ringraziamento, pretendono con minacce, con intimidazioni, con calunnie e cattive azioni, come se a loro fosse tutto dovuto. Per fortuna ho avuto a che fare con tanti e tanti bravi ragazzi, volenterosi, ieri più numerosi di oggi, è vero, bisogna ammetterlo, ma anche oggi ce ne sono tanti che si impegnano e speriamo che ce ne siano sempre di più per il futuro, per il bene di tutti, i giovani sono la base della società futura, quella società che è stata prepa­rata dai vecchi e mi pare che non tutti i vecchi siano stati proprio saggi a quanto si deve constatare oggi. Vede, per fare un esempio, ricordo un ragazzo che scendeva molo tempo fa con un motorino mezzo scassato e anche tre quarti scassato dalle lontane desolazioni di Monte Fosca, nei pressi della Slovenia. Viveva in una casetta sperduta nei monti con la madre che disponeva di un piccolo orto e di una mucca, di latte e formaggio, insomma dell’indispensabile per sopravvivere. E scendeva ogni giorno negli inverni glaciali del Nord Est orientale per frequentare il Malignani. Lo ha frequenta­to con così buon profitto che è stato scelto appena diplomato in una famosa industria friulana. Veda un po’ lei, è di questo tipo di giovani che abbiamo bisogno, giovani capaci di affrontare i doveri e di adeguarsi a condizioni di vita anche difficili, non solo buoni a pretendere dagli altri e a tirare calci a chi fa e a chi dà, come mi pare che ce ne siano e che emerga nell’ingiustizia dilagante.

 

D.: Si riconosce nella protagonista dei racconti o c’è qualcosa che non condivide?

 

R.: Una domanda alla quale non vorrei rispondere, sono gli al­tri, quelli che mi conoscono, che diranno se il ritratto nel libro mi corrisponde o no, però devo dire che l’ho letto volentieri, mi ha fatto grande effetto leggere come gli altri, la contessa in particolare, hanno visto la mia vita, è stato come se anch’io mi vedessi dal di fuori, dall’esterno. Mi ha fatto grande effetto ricordare il passato leggendo il libro, mi sono anche commossa nel riandare a fatti che ormai erano stati dimenticati e ricordarne anche tanti altri che sono emersi nella mia mente richiamati dalle memorie scritte. Ho comunque constatato che i fatti raccontati sono tutti veri.

 

D.: Anche la descrizione di qualche persona a Lei vicina, poco edificante, corrisponde alla realtà delle cose o forse l’Autrice ha avuto la mano pesante?

 

R.: La realtà è stata ben più tremenda di come l’ha presentata la contessa, che ha avuto una mano leggera, discreta e rispettosa della situazione, di tutti. I fatti, come ho già detto, sono tutti veri, ma sono solo una piccola scelta tra tutti e non sono i più terribili, ripeto, la contessa ha usato il guanto di velluto.

 

D.: Ha già parlato di invidia, vorrei ancora qualche precisazione in merito. Nella Sua vita, ha avuto a che fare con l’invidia del prossimo, una patologia endemica degli umani. Che ruolo ha avuto l’invidia nella sua esistenza?

 

R.: Sì, ho avuto a che fare con l’invidia degli altri in misura massiccia, anche se non avevo niente che potesse essere invidiato e anche adesso ne ho ben poco, ma continuo a doverla mettere in conto. Direi, convinta di dire la verità, che io non ne soffro nean­che minimamente, forse perché non ne ho il tempo, ma senz’altro perché non posso perdermi dietro a quanto dicono gli altri, mi indebolirebbe e non sono tanto sciocca da cascare nella trappola di chi altro non sa fare che demolire chi lavora.

 

D.: Se si potesse dare un messaggio augurale alla società di oggi presa nel suo insieme, come se fosse un’entità per così dire capace di ascoltare e di rispondere in prima persona, che cosa si sentirebbe di dire a questa società?

 

R.: Be’ sì, alla società di oggi mi sentirei di dire che la medicina più salutare per tentare di guarire dai mali che la azzannano sia proprio il recupero per il possibile di un sano, immancabile senso del dovere e della giustizia. Credo sia inutile pensare che la crisi si risolva fra trent’anni, come si sente dire da qualcuno e veramente c’è anche chi dice che ci sarà una risoluzione della crisi in pochi semestri che si aggiungono sempre di nuovo ad altri senza che se ne venga mai a capo; senza una società fatta di giovani che sanno cos’è il senso del dovere nessuna ripresa sarà mai più possibile. Devono cambiare le cose nel senso di un maggiore rigore dei costu­mi, questo è il messaggio che darei se servisse a qualcosa. Non sto dicendo che si deve vivere come nel passato, con le restrizioni che c’erano in passato, con una ristretta libertà per tutti, va benissimo la libertà che c’è oggi e ce ne deve essere anche di più per tutti, ma questa libertà così indispensabile alla vita deve servire appunto alla vita, non alla sua distruzione, deve servire allo sviluppo di una personalità migliore nelle persone, nei giovani. Sto dicendo che cer­tamente non si può continuare a vivere come viviamo adesso, con troppa società allo sbando, con scarso senso di responsabilità in uno sfascio generalizzato. Dico che senza giovani di buona volontà non si potrà fare mai più niente. Inutile illudersi che le cose cambino come per magia o che bastino pochi giovani volenterosi per fare il grande salto, ci vogliono tanti giovani capaci di disciplina e ce ne vorranno sempre di più, ci deve essere la collaborazione di tutti i giovani alla costruzione di una società migliore, per risollevare le sorti dell’umanità e dell’Italia in particolare, questo penso. Un cambio di abitudini mentali verso l’alto come principi morali, questo è il messaggio augurale che mi sentirei di dare, è questo che direi alla società attuale, di cambiarsi qualche connotato non esteriore, ma di sostanza, di fare il possibile per mantenere la libertà in un maggiore rigore, in un maggiore senso del dovere e della dignità da parte di tutti.

 

D.: Lei è una persona che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, sa­rebbe diventata abile in qualsiasi campo, lo sappiamo, ma Le chiedo se magari ha un hobby per il tempo libero e se lo ha qual è?

 

R.: Un hobby per il tempo libero. Dice bene lei. Per avere un hobby nel tempo libero bisogna avere il tempo libero e io non l’ho mai avuto, ho sempre lavorato, per cui avrei avuto sì degli hobby, ma non li ho mai potuti realizzare, a qualcosa bisogna rinunciare quando si perseguono mete più importanti del proprio piacere più personale. Uno di questi hobby sarebbe stato quello di fare l’etologa a tempo perso, appunto come hobby, ciò che in minima parte ho anche potuto fare, così, per modo di dire, ho avuto una lunga dimestichezza con vari animali e li ho osservati bene nei loro comportamenti, ma appunto sempre lavorando con gli animali, per cui non si è trattato proprio di un hobby per il tempo libero. Comunque ho alcuni video che ho girato con animali in libertà, durante una mia quasi unica vacanza di dodici giorni alle Maldive, una vacanza importante che mi sono voluta concedere per vedere un po’ di mondo diverso dal mio. È stata un bellissima esperienza, sia con le persone che con gli animali del luogo.

 

D.: Rimpianti?

 

R.: Trovo davvero inutile avere rimpianti, se non si è potuto fare qualcosa che si voleva fare, è inutile piangerci sopra, con i rimpianti non si potrà mai porre rimedio alla perdita, meglio impiegare il tempo residuo a pensare a quello che si può ancora realizzare, non a quello che non si è realizzato.

 

D.: Si sente importante visto il libro di racconti che narrano qualche vicenda della sua vita, che descrivono qualche tratto della sua personalità?

 

R.: Be’, come si può capire, certamente è stato un grande onore per me essere stata presa come protagonista di questi racconti e come rappresentante del Friuli segreto, come dice la contessa. Ma non sono montata in scagno, se è questo che intende con la sua domanda. Davvero, credo che mi sia impossibile montare in scagno, per carattere, non lo sopporterei, per lo meno così come sono sempre stata, con la mia personalità, non ci sarebbe posto per uno scagno. E poi sugli scagni si sta fermi, si è immobilizzati dalla posizione raggiunta sullo scagno che non si muove o si è trasportarti da altri come si vede in qualche sultano o maharaja o altro di simile, non si può più fare niente, meglio muoversi, camminare, magari piano, ma camminare comunque senza montare su scagni di qualsiasi tipo.

 

D.: Una domanda, se mi consente, sulla Sua malattia. Lei non è caduta in depressione con la malattia, la malattia è stata un ulterio­re motivo per continuare a combattere. Dove trova il coraggio e la fermezza di guardare al futuro con tanta energia?

 

R.: Senz’altro nell’eccellenza del medico e della sua équipe all’O­spedale Civile di Udine, al Centro di Sperimentazione Oncologica. La mia sperimentazione è stata ed è tuttora organizzata da un medico straordinario e dai suoi collaboratori, che mi seguono con la mas­sima competenza e professionalità da tutti i punti di vista, fisico e psicologico, umano, questo come prima cosa. Poi, devo aggiungere, nel santo scugno, come si dice in friulano, un friulano forse ormai anche un po’ vecchia maniera, ma che ancora regge. Di nuovo e sempre nel santo dovere, perché si ha il dovere di guardare la vita nel suo sviluppo, dico il dovere, non si può avere la vista corta, limitata al proprio piccolo o grande tornaconto del momento, solo così si possono migliorare le cose, la visione ridotta all’orizzonte del presente, senza prospettive un po’ lungimiranti indietro e avanti, serve a poco, non serve neanche tanto ai propri interessi alla fine, credo sia meglio in generale vedere le cose in prospettiva, in una prospettiva quanto più lunga possibile, è bello vivere così. Fino all’ultimo si deve vivere dando il meglio nel proprio possibile. Inol­tre devo dire che tutti noi siamo sottoposti al destino che ci vuole pronti a partire da un momento all’altro, anche coloro che sono sani corrono lo stesso rischio, ma anche tra coloro che sono sani non tutti guardano al futuro con forza e vigore, molti si lasciano vivere al risparmio delle energie credendo così di risparmiare anche vita, ma le cose sono diverse. Io ho sempre detto che è assurdo e inutile risparmiare le energie per l’eternità, là non serviranno più, consumiamole al meglio nell’al di qua, dove servono a noi stessi, a tutti. È in questo filone che io spero di vivere altri quarant’anni almeno, per progettare e realizzare la vita, sarebbe bello vivere a lungo con belle mete da realizzare lavorando, dandosi da fare per vedere le più belle costruzioni della buona volontà, dell’intelligenza, così mi dico.

 

D.: Mi scusi, non voglio rattristarLa, ma Le devo porre un’ulteriore domanda sulla Sua malattia. Mi pare che fuori dall’Intervista Lei mi abbia detto che se la malattia dovesse ripresentarsi, non ci sarebbe più niente da fare. Davvero proprio Lei non farebbe più niente nel caso? Mi sembra impossibile, non vedo come una persona come Lei si possa arrendere alle difficoltà, Lei è un generale promosso sul campo.

 

R.: La ringrazio delle belle parole. Un generale promosso sul campo deve essere anche pronto più di altri a morire, è la sua vita impostata così. Comunque ci sono generali che combattono finché hanno un’arma in mano, che non si arrendono prima di vincere o di cadere. E io per altro intendo mettercela tutta per vivere anco­ra, ammesso che io conservi un’arma in mano, ciò che non posso garantire visto l’implacabile e agguerritissimo nemico. Per ora con i medici che combattono per me e con me, può essere che ci riesca

ancora, per adesso il male si è ritirato, so che la guerra non è vinta, ma tante sono le battaglie vinte, per cui ci sono buone speranze, poi una volta o l’altra l’arma scomparirà e ci si metterà a riposo, per forza, il più tardi possibile comunque, non sarà mai possibile vivere in eterno, per quanti sforzi faccia l’uomo in questa direzione. Ho appena detto che l’uomo non potrà mai vivere in eterno, ma sono pronta a rimangiarmi la previsione: non si possono assolutamente porre limiti alla ricerca scientifica che adesso può apparire fanta­scientifica e che magari domani può realizzare le sue finalità più ardite, così nella speranza di tutti, degli scienziati in primo luogo.

 

D.: Ancora una doverosa domanda: che cosa ne pensa della contessa?

 

R.: La contessa non è una friulana e tutti i friulani possono constatare che non ha niente di friulano nella sua personalità mal­grado siano tanti decenni che abita qui, non potrebbe mai essere scambiata per una friulana da nessuno. Posso e voglio dire che la contessa mi ha sostenuto quando tutti mi avevano chiuso le porte, la mia famiglia per prima.

 

Così termina l’Intervista concessa da Silvana Marini all’Autrice del libro.

 

Udine, febbraio 2018

 

 

 

"Il dovere e la giustizia"

Silloge di venti racconti Il Dovere e la giustizia

(2018 Cleup Editrice Università di Padova, pp. 164)

 

 

(Dalla serie di dodici opere dedicate a Rita Mascialino dall'artista friulano MARINO SALVADOR

333 9732672

2019 Ritratti  in frammentazione: Rita Mascialino)

"Il dovere e la giustizia"

Silloge di venti racconti Il Dovere e la giustizia

(2018 Cleup Editrice Università di Padova, pp. 164)

 

p.19

"(...) Era entrato armato di pistola della casa dall'ingresso principale per requisire possibili denari e cibo e mai credendo di trovare una SS ai piani superiori, né sospettando che ci fosse dalla parte del cortile un soldato tedesco di guardia. Non proferì mai una sola parola, restò muto, conscio di essere nella peggiore trappola, se la SS che lo teneva sotto tiro sulla scala lo avesse per assurdo anche dovuto mancare, sarebbe stato immediatamente freddato dall'altro che stava in agguato nel retro, ma il tedesco non lo avrebbe mancato, questa era certo. Non fu ucciso, almeno non al momento, venne fatto prigioniero e buttato nella camionetta come un rottame, una dura e secca pezza sporca  di grasso di motore in bocca perché non potesse gridare, le mani legate dietro la schiena con filo di ferro, anche i piedi assicurati nello stesso modo: Era destinato nelle probabili intenzioni delle due SS a fungere da ostaggio (...) e comunque, se la buona sorte li avesse baciati nel loro viaggio, ad aumentare il numero dei disgraziati internati ad Auschwitz-Birkenau, le speranze di vita per lui apparivano in ogni caso scarse (...)"

p.20

"(...) Sentivano il dovere di continuare a servire la patria là dove stava, anche nella rovina ormai di tutto. forse erano originari di una stessa città, di un o stesso villaggio. Li spingeva disperatamente la grande nostalgia di rivedere ancora una volta la Germania, diventata desolazione e macerie né più e né meno e ormai forse più di quell'inferno che essa aveva portato a tanta umanità in un delirio di grandezza e di rivincita sull'umiliazione subita in passato. Volevano rivederla e combattere ancora accolti entro il suo suolo così da potervi avere una possibile tomba. Era la loro casa tedesca, la patria dei fulgidi e tragici eroi della germanicità guerriera di cui avevano appreso a scuola le grandi gesta di coraggio, onore e fedeltà che tanto li avevano ammaliati in un incantesimo dal quale continuavano ad essere soggiogati, eroi che alla fine della loro battaglia si gettavano nella mischia per morire comunque da valorosi. Quella casa in cui forse una madre ancora li attendeva, forte, resistendo come la patria con tutto il suo spirito, tenuta in vita dal desiderio di rivedere il figlio per vivere o morire con lui, quel figlio simbolo di una grandezza ormai abbattuta, ma ricordo vivente del potente sogno. Era il gennaio del 1945, freddo e ventoso come sempre nell'estremo Nord-Est (...)"

p. 29:

“(...) Silvana aveva avuto una sorte particolare sin dalla nascita, una sorte irta di difficoltà non da poco. Era nata affetta da salmonellosi, malattia che all’epoca non lasciava scampo e di fatto, a poche settimane di vita, era morta, come il medico aveva dovuto constatare tra la mestizia generale. In casa di Dario e Gianna si stava approntando il piccolo funerale. Dal piano alto della casa, dove stava la stanza degli sposi, si vedevano in lontananza le cime dei numerosi e cupi cipressi del cimitero di Udine dedicato a San Vito. Era questo un santo di cui la leggenda narrava che avesse ricomposto i resti di un bambino sbranato dai cani e avesse ridato loro vita facendo risorgere il piccolo, come i fedeli credevano avvenisse alla fine dei tempi nel giorno del Giudizio Universale, dove carne e ossa degli umani trasformate in polvere e roccia, terra, sarebbero state ricomposte da Dio e avrebbero riavuto vita, un simbolo opportuno per il luogo, interpretava la morte come una violenza e la rinascita come un miracolo (…) Durante la guerra le tombe erano state tenute come sempre pulite, con qualche fiore che tuttavia aveva il tempo di diventare secco. Dopo i tempi cupi, quando la vita ricominciò con il passo consueto, i morti furono onorati come voleva l’usanza locale, con la massima cura, senza che passasse settimana nel riordino dei fiori e del suolo da parte dei parenti e degli amici dei defunti e il cimitero rifiorì al meglio per tale culto, grande nei friulani. Nella ricorrenza annuale si riunivano venendo da ogni parte d’Italia e del mondo, fedeli al ricordo e al rispetto dei cari, della loro gente, una cura che parlava dei loro sentimenti più di qualsiasi parola, parole di cui i friulani erano da sempre molto parchi, un popolo capace di tenere a freno il cuore per temprarlo alla necessità e alla durezza sin da tempi molto antichi, per una sorta di timidezza, di paura quasi di lasciarsi andare alla dolcezza e con di indebolirsi (…)”

p.95

"(...) Nel loro soggiorno le sedie imbottite comprate ancora nella loro età giovanile rimasero sempre, per tutta la loro vita, ricoperte del nylon che stava sull'imbottitura all'acquisto. Non amavano il bello, non amavano viaggiare, vivere nel più vasto mondo degli umani, vedere come gli altri se la godessero magari questo perché non si consumassero, ma solo si accontentavano di vivere nel mondo della propria cucina, dell'uso degli oggetti per la sopravvivenza, del contare i soldi. Un modo semplice di vivere, si poteva pensare, ma si trattava di un inganno. In realtà la semplicità era snaturata in grettezza, non erano persone semplici, non potevano essere tali, mancava al loro cuore la generosità necessaria per poterlo essere. Semplice era Silvana. In lei la semplicità non si era snaturata, bensì si era instaurata grazie alla presenza della generosità, della maggiore ampiezza di vedute, dell'accoglienza, pur prudente, degli altri nel proprio mondo (...)"

p.99-100:

“(…) Malgrado i pochi denari guadagnati al soldo delle vedrane Silvana riusciva anche a risparmiare. Aveva acquistato a ventisette anni, di nascosto da tutti i suoi familiari, a un prezzo buono, un ettaro e mezzo di terreno collinoso in quel di Molinis nello splendido tarcentino friulano. La vista era stupenda, da un lato le catene montuose del Friuli come stessero a portata di mano, azzurre all’orizzonte, dall’altro la più fitta natura boschiva verde intenso, di notte anche le luci di Udine in una vicina lontananza. All’ingresso del podere stava un vecchio cuargnolâr, un vecchio corniolo molto rigoglioso, che rendeva subito riconoscibile la proprietà di cui appariva a guardia. Cominciò a costruirvi una casa dotata di taverna e mansarda abitabile, voleva vivere lì un giorno assieme al figlio cui sarebbe spettato il piano rialzato, mentre a lei la mansarda. Costruì da sola. Fu aiutata solo e necessariamente per scavare le fondamenta, gettare le colonne portanti e posizionare il tetto, azioni per le quali erano indispensabili appositi macchinari e dove ci fu un uomo con lei che non credeva ai suoi occhi quando seppe che avrebbe fatto tutto il resto da sé, con le sue sole forze giocate in perfetta solitudine. L’uomo fu sbalordito per una tale impresa e anche per le conoscenze tecniche in ambito di edilizia in possesso di Silvana. Per il resto la costruzione fu appunto interamente opera sua, in anni di lavoro, a notte tarda poiché di giorno lavorava in libreria e in campagna, con una lampadina appesa a un filo che Silvana si trasportava dove ne avesse bisogno per vedere che cosa facesse (…) Lì, a Molinis, andò ad abitare con il figlio quando esistevano solo lo scantinato, le colonne portanti e il tetto. Era stata cacciata di casa dalle sorelle e dal padre che condivideva l’antica e particolare durezza dei friulani, contrassegno di questo popolo di così poche parole, triste di fondo e con una visione del mondo che non contemplava l’espressione dei sentimenti più cari, così che quasi non sembrava che ci fossero quei sentimenti (…)”

Immagini di Silvana Marini, la protagonista dei racconti "Il dovere e la giustizia", alla Mostra Personale di Gianni Strizzolo 'Pietra fiorita', presentata da Rita Mascialino giovedì 20 dicembre 2018 alla Galleria PhotoLifeART, Via Aquileia 409, Udine.

Fotografia Photolife. Tel. 0432 28186 - 338 2515042.

 

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