"Il dovere e la giustizia"

Silloge di venti racconti Il Dovere e la giustizia

(2018 Cleup Editrice Università di Padova, pp. 164)

 

 

p. 29:

“Silvana aveva avuto una sorte particolare sin dalla nascita, una sorte irta di difficoltà non da poco. Era nata affetta da salmonellosi, malattia che all’epoca non lasciava scampo e di fatto, a poche settimane di vita, era morta, come il medico aveva dovuto constatare tra la mestizia generale. In casa di Dario e Gianna si stava approntando il piccolo funerale. Dal piano alto della casa, dove stava la stanza degli sposi, si vedevano in lontananza le cime dei numerosi e cupi cipressi del cimitero di Udine dedicato a San Vito. Era questo un santo di cui la leggenda narrava che avesse ricomposto i resti di un bambino sbranato dai cani e avesse ridato loro vita facendo risorgere il piccolo, come i fedeli credevano avvenisse alla fine dei tempi nel giorno del Giudizio Universale, dove carne e ossa degli umani trasformate in polvere e roccia, terra, sarebbero state ricomposte da Dio e avrebbero riavuto vita, un simbolo opportuno per il luogo, interpretava la morte come una violenza e la rinascita come un miracolo (…) Durante la guerra le tombe erano state tenute come sempre pulite, con qualche fiore che tuttavia aveva il tempo di diventare secco. Dopo i tempi cupi, quando la vita ricominciò con il passo consueto, i morti furono onorati come voleva l’usanza locale, con la massima cura, senza che passasse settimana nel riordino dei fiori e del suolo da parte dei parenti e degli amici dei defunti e il cimitero rifiorì al meglio per tale culto, grande nei friulani. Nella ricorrenza annuale si riunivano venendo da ogni parte d’Italia e del mondo, fedeli al ricordo e al rispetto dei cari, della loro gente, una cura che parlava dei loro sentimenti più di qualsiasi parola, parole di cui i friulani erano da sempre molto parchi, un popolo capace di tenere a freno il cuore per temprarlo alla necessità e alla durezza sin da tempi molto antichi, per una sorta di timidezza, di paura quasi di lasciarsi andare alla dolcezza e con di indebolirsi (…)”

p.99-100:

“(…) Malgrado i pochi denari guadagnati al soldo delle vedrane Silvana riusciva anche a risparmiare. Aveva acquistato a ventisette anni, di nascosto da tutti i suoi familiari, a un prezzo buono, un ettaro e mezzo di terreno collinoso in quel di Molinis nello splendido tarcentino friulano. La vista era stupenda, da un lato le catene montuose del Friuli come stessero a portata di mano, azzurre all’orizzonte, dall’altro la più fitta natura boschiva verde intenso, di notte anche le luci di Udine in una vicina lontananza. All’ingresso del podere stava un vecchio cuargnolâr, un vecchio corniolo molto rigoglioso, che rendeva subito riconoscibile la proprietà di cui appariva a guardia. Cominciò a costruirvi una casa dotata di taverna e mansarda abitabile, voleva vivere lì un giorno assieme al figlio cui sarebbe spettato il piano rialzato, mentre a lei la mansarda. Costruì da sola. Fu aiutata solo e necessariamente per scavare le fondamenta, gettare le colonne portanti e posizionare il tetto, azioni per le quali erano indispensabili appositi macchinari e dove ci fu un uomo con lei che non credeva ai suoi occhi quando seppe che avrebbe fatto tutto il resto da sé, con le sue sole forze giocate in perfetta solitudine. L’uomo fu sbalordito per una tale impresa e anche per le conoscenze tecniche in ambito di edilizia in possesso di Silvana. Per il resto la costruzione fu appunto interamente opera sua, in anni di lavoro, a notte tarda poiché di giorno lavorava in libreria e in campagna, con una lampadina appesa a un filo che Silvana si trasportava dove ne avesse bisogno per vedere che cosa facesse (…) Lì, a Molinis, andò ad abitare con il figlio quando esistevano solo lo scantinato, le colonne portanti e il tetto. Era stata cacciata di casa dalle sorelle e dal padre che condivideva l’antica e particolare durezza dei friulani, contrassegno di questo popolo di così poche parole, triste di fondo e con una visione del mondo che non contemplava l’espressione dei sentimenti più cari, così che quasi non sembrava che ci fossero quei sentimenti (…)”

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