RITA MASCIALINO, DEL ROGO SU CUI SI BRUCIA LA VECCHIA BEFANA

RITA MASCIALINO, DEL ROGO SU CUI SI BRUCIA LA VECCHIA BEFANA

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RITA MASCIALINO, DEL ROGO SU CUI SI BRUCIA LA VECCHIA BEFANA

La derivazione del termine Befana come Epifania risale al greco ἐπιϕαίνομαι, apparire, da ἐπιϕάνεια, epipháneia, da cui feste dell’apparizione – del divino – o manifestazione del divino di vario genere pagano e cristiano: riti di rigenerazione della natura, compresi i riti celtici e ulteriori comunque antichissimi, e manifestazione di Gesù alla nascita con visita e omaggio dei Re Magi, ossia Maghi, anch’essi stregoni, sembra il 6 gennaio. Qui tuttavia la riflessione riguarda il rito secondo il quale in alcune regioni italiane si accendano grandi falò, come ad esempio nel Veneto, ma non solo, per bruciare in essi il fantoccio rappresentante una vecchia, ossia la Befana, come simbolo per bruciare l’anno vecchio e far posto all’anno nuovo – i roghi in cui si bruciano eventualmente fantocci di genere maschile per eliminare l’anno trascorso non interessano questa riflessione.

Da sottolineare: la festa della Befana, da un simbolo originario di positività quale vecchietta che distribuiva dolci ai piccoli collegato ai Maghi  che omaggiarono Cristo e addirittura collegato nel nome alla manifestazione divina, diventò simbolo dell'anno vecchio da cancellare e di crudeltà verso la donna, per altro vecchia - in contrasto con la magica positività della sua figura fiabesca essa fu identificata come strega malefica da bruciare viva sul rogo come accadeva in tempi trascorsi. In tal modo il termine Befana passò a identificare una strega da bruciare - come accadeva per le donne accusate di stregoneria durante il dominio della Chiesa , strega fusa con l'usanza di mettere al rogo l'anno vecchio per le sue negatività. Fusioni e identificazioni tutte contro la figura della donna, anche come semplice insulto per la sua vecchiaia e perdita della bellezza. Non risulta che verso i maschi vecchi e aventi perso la potenza e l'eventuale bellezza siano di uso comune insulti per la loro vecchiaia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagine: https://www.calabriamagnifica.it/costume-e-societa/

Tali roghi di vecchie per altro, retaggio di un antico passato fuso con tempi non troppo remoti, non ci sono solo all’Epifania, ad esempio anche a metà del periodo religioso della Quaresima si processa in Friuli, a Pordenone, una vecchia raffigurata in un fantoccio e accusata di essere responsabile di tutti i mali, infine per questo condannandola al rogo.
Relativamente alla Befana dunque, si tratta appunto di una vecchia collegata all’anno trascorso, la quale si deve supporre saggia se è vero che la saggezza accompagna simbolicamente la vecchiaia, una vecchia che cavalca per di più una scopa con cui viaggia liberamente nei cieli, in pieno possesso dei propri poteri, scopa come una protesi fallica che le permetterebbe di essere libera e di operare grandi cose, una donna speciale dunque capace di agire in uguaglianza ai maschi pur restando donna. Anche una vecchia strega, capace a quanto sembra di arti magiche rivolte al bene, all’elargizione di doni ai bambini.
Perché dunque presentare l’anno vecchio come donna e strega colpevole dei mali e quindi bruciarla al rogo? Perché presentare l’anno vecchio, grammaticalmente maschile per altro, come donna da bruciare? Certo già Eva è portatrice di morte e sciagure nel mondo stando alla maledizione scagliata sull’umanità a causa sua e del compagno nientemeno che da Dio (Sacra Bibbia 1962: Genesi: 3, 17) nell’antica leggenda della religione ebraico-cristiano-cattolica e così è anche per la Befana per via della condivisione del genere femminile, con le trasformazioni nel tempo dovute al fiabesco e le associazioni ai roghi di epoche trascorse. Di fatto un tempo era consueto pensare che i maschi portassero fortuna e le donne scalogna, ad esempio se il primo gennaio si vedeva al mattino un uomo passare per la strada, allora tutto l’anno avrebbe portato buone cose a chi aveva avuto tale privilegio, il contrario se si vedeva una donna. Tornando alla Befana, essa in sé è una donna fornita di poteri superiori, quasi per così dire maschili o forse proprio per questi suoi poteri poco graditi quando sospettati in una donna, i poteri dell’intelligenza, viene bruciata viva da qualche parte ancora oggi – metaforicamente, si intende –, per il suo ardire appunto di voler usurpare caratteristiche che in passato dovevano restare solo appannaggio maschile, quasi essa potesse fare concorrenza al potere dell’uomo. Ricordo che da piccola bambina vestivo quasi sempre calzoncini corti d’estate e allora il prete del paesino predicava accesamente in chiesa contro le bambine che osavano vestire pantaloni, magari future streghe, magari possibili future Befane da mandare simbolicamente al rogo, chissà mai.
Comunque invece di essere ringraziata per i suoi doni, questo auspicando il suo magico ritorno per sempre negli anni venturi, essa viene – userei il termine corretto se non infastidisce – assassinata con un rito che non può evitare di associarsi alla tristissima memoria della morte al rogo di donne concrete, accusate di stregoneria, organizzato dal Tribunale dell’Inquisizione durante tanti secoli non molto distanti. Io ho sempre amato la festa della Befana più di ogni altra nel periodo natalizio e di passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo e non ho mai assistito, pur potendolo fare ed essendo stata invitata più e più volte, né voglio assistere, al rogo della vecchia per metaforico che sia.
Possibile che oggi, in tempi che sono cupi ancora per tante donne nel mondo, si festeggi la fine dell’anno trascorso personificandolo al femminile in una vecchia da uccidere bruciandola al rogo e dimenticando i suoi dolcissimi doni concreti e metaforici di un’intera vita? Certo, la Befana è dotata di scopa nel significato di cui sopra, è una strega e una donna audace, capace di intelligenza, ma se questo bastava in passato a giustificare i roghi per le donne streghe che volevano essere libere come i maschi, oggi la morte della Befana al rogo di inizio d’anno si associa, inevitabilmente per somiglianze nel profondo, al festeggiamento metaforico del donnicidio come punizione per il suo ardire. Non sarebbe una festa più bella, nelle regioni in cui si brucia ancora la vecchia, ardere una pira senza genere maschile o femminile personificante l’anno passato, proprio dando l’incarico alla vecchia Befana di accendere l’innocuo rogo in una edizione più umana del rito, in una conciliazione festosa con le donne che vogliono godere del diritto alla libertà e all’intelligenza?
Riflettendo per altro, nella nuova attribuzione dei generi che impegna tanto assiduamente e ostinatamente i tempi attuali in alto loco, non ci sarebbe da meravigliarsi se, dato che anche la divinità è ancora di genere assolutamente maschile, qualcuno ritenesse e magari decidesse in qualche Commissione di attribuire un genere non più maschile in assoluto alla divinità stessa, così da aggiornare la visione del mondo dell’umanità o di parte dell’umanità. Viviamo in tempi di audaci aggiornamenti, di cambiamenti e trasformazioni per così dire, nel piccolo, nel molto piccolo, rivoluzionari, per cui anche il rito della Befana potrebbe essere rieditato diversamente, insisto: più umanamente così che anche il rito della Befana potrebbe essere aggiornato – io ho sempre avuto e ho grande rispetto dei vecchi, anche di quelli insopportabili, forse per questo mi dispiace che si festeggi il rogo di una vecchia, di una strega portatrice di buone cose concrete e ideali.
Il rogo per la vecchia Befana è soltanto uno scherzo festoso? Certo, lo sappiamo tutti, di pessimo gusto visti gli inevitabili agganci alla memoria storica.
Segue un esempio (John Edwards Inquisition 2006: Mondadori: 27) di tale memoria storica associativa per alcuni tratti rilevanti e pertinenti in questa riflessione

“(…) Uno dei primi inquisitori, Guillaume Pelhisson, riferisce con orgoglio di casi che al lettore moderno appaiono di una terribile crudeltà. Nel 1234, per esempio, quando la notizia della santificazione del loro fondatore raggiunse Tolosa, i domenicani, tra cui il vescovo della città, Raimondo di Miramont, si radunarono nel convento per celebrare la messa. Prima che sospendessero le preghiere per pranzare, giunse loro la notizia che un’anziana donna, sospettata di essere una catara, era in punto di morte (presto lo sarebbe stata davvero, in un modo inaspettato e orribile). Il vescovo si recò a farle visita e, poiché i suoi parenti non riuscirono a metterla in guardia, la donna pensò che egli fosse un perfectus cataro e gli aprì il suo cuore. Come risultato, Raimondo la condannò sommariamente come eretica impenitente e la donna fu immediatamente portata fuori dalla sua casa, ancora nel letto, e arsa viva; dopo di che i domenicani tornarono al loro pranzo, per celebrare il nuovo santo patrono (…)”

Un’associazione e una riflessione inopportune queste in una lieta ed immemore festività tra il rogo metaforico di una vecchia Befana e il rogo reale di una vecchia malata considerata eretica? L’associazione disturba la festa così bella, non il pranzo per il patrono ovviamente, ma l’allegra cena con gli amici al caldo del caminetto? Non è elegante una simile comparazione in un’occasione di festa? Può darsi, ma le memorie storiche, per essere maestre di vita, vivono anche e soprattutto di associazioni tra i fatti.

In ogni caso, al di là di associazioni invincibili che la memoria storica ci rende possibili, Buonissima Befana a tutti comunque la si festeggi e Buonissimo Anno Nuovo 2024 comunque venga introdotto!

Rita Mascialino